I primi 75 anni di Gigi Riva

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Oggi compie settantacinque anni Gigi Riva, varesino di Leggiuno ma di fatto sardo, considerato che arrivò sull’isola a diciannove anni e quella terra non l’ha più lasciata, lui che rimase orfano dei genitori ancora minorenne. Con quel viso solcato dalla tristezza anche quando si apriva in un timido sorriso, in campo sembrava un Dio greco, con la maglia numero undici di quel Cagliari dei miracoli, quella con i laccetti sul colletto e tutta bianca e quella azzurra della nazionale, trentacinque reti in quarantadue presenze, un record tuttora imbattuto, quella maglia azzurra alla quale pagò un tributo pesantissimo, spezzandosi due volte la gamba, nel 1967 contro il Portogallo e nel 1971, al Prater di Vienna, quando un intervento senza senso dell’austriaco Hof lo mise al tappeto, frattura del perone e dei legamenti, e quel pianto del campione era in quel momento anche un po’ nostro, davanti alla tv in bianconero.

Quando nell’ottobre del 1970 il Cagliari fresco di scudetto dominò a S.Siro contro l’Inter, vincendo 3-1, Gianni Brera dalle colonne del “Giorno” lo ribattezzò “Rombo di Tuono” , descrivendo così al meglio un atleta prima che un calciatore, con capacità fisiche e tecniche fuori dal comune, dotato da madre natura di un sinistro terrificante, mentre il destro, come diceva il suo tecnico Manlio Scopigno, il “filosofo”, che assemblò quel Cagliari dei miracoli, gli serviva solo per salire sul pullmann.

Quello Scopigno protagonista di un episodio che ci fa comprendere quanto quel calcio fosse diverso, quella sera in cui il Cagliari era in ritiro ed a mezzanotte il “filosofo” entrò improvvisamente nella stanza dove Albertosi, Gori, Poli e Riva giocavano a poker, con la bottiglia di whisky sul tavolo , con la camera avvolta in una nuvola di fumo ed il tecnico che disse: “Vi do fastidio se fumo?”.

Giggirriva, come lo chiamavano i sardi, pazzi di gioia in quella primavera del 1970, quando quella fantastica squadra trascinata da questo eroe eponimo vinse lo storico scudetto  in uno stadio Amsicora impazzito di gioia, uno che andò sempre “in direzione ostinata e contraria” per collegarci ad una frase cara al suo amico Fabrizio De André, che disse sempre no agli squadroni del Nord e soprattutto a Gianni Agnelli ed alla Juventus, per sposare per sempre la causa di chi lo aveva accolto e gli aveva voluto bene quando arrivò in Sardegna.

Una marea di gol (156 in 286 gare), alcuni indelebili nella nostra memoria, come quel volo perpendicolare con cui andò ad impattare con la fronte il cross da destra di Domenghini in quell’incontro contro la Germania Est a Napoli, nel 1969 e la sua esultanza a pugni chiusi verso il basso , quella rovesciata ad altezza siderale con cui nel gennaio 1970 colpì “em bycycleta” la sfera servitagli dal cross di Gori e dalla sponda aerea di Domenghini, quei quattro gol che ci videro spettatori in quella cinquina al Lussemburgo a Marassi nel marzo 1973.

Per me il più forte attaccante italiano di sempre, con una vita ed una carriera segnata da tanti infortuni, l’ultimo quello nel febbraio 1976, contro il Milan, che ne interruppe la carriera definitivamente a soli trentuno anni.

Marco Ferrera