Thiago, ma che fai?

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Dopo neppure un terzo di cammino stagionale, la sconfitta in casa contro l’Udinese non appare assolutamente irrimediabile, ma che si tratti di un gravissimo stop è indubitabile. C’era l’opportunità di allontanarsi dalla zona caldissima della classifica ed invece l’inopinato verdetto ha fatto nuovamente precipitare il Grifo nell’abisso, spalancando contemporaneamente un’ondata di perplessità e dubbi.

L’effetto-Thiago pare essersi ormai dissolto. Anzi, attorno attorno al brasiliano sono germogliati interrogativi di ogni tipo relativi alla sua idoneità a portare i rossoblù fuori dal guado.

Gli addetti ai lavori avevano già criticato lì’ultima mossa del tecnico rossoblù nella tana della Juve, quando – d ifronte ad un gruppo di fuoriclasse rabbiosi e protesi all’attacco – ha inserito nel finale un altro attaccante, il maldestro Sanabria, piuttosto che un difensore qualsiasi, più avvezzo a coprire in area senza cadere in facili tranelli.

Quella tentazione di vincere la gara fu archiviata come azzardo, ma anche come conferma della mentalità offensivistica dell’esordiente. Le decisioni attuate contro i friulani hanno invece suscitato un mare di commenti severissimi e sicuramente giustificati. Chiunque ha giudicato esegeratamente audace l’undici iniziale, condizionato almeno in parte dall’assenza per squalifica di Cassata. Soprattutto ha destato stupore l’impiego contemporaneo di Saponara e Pandev, giocatori esperti ma atleticamente limitati e solitamente impiegabili un tempo per uno.

I primi 25 minuti condotti a spron battuto, e premiati dal gol del vantaggio, hanno illuso tutti. Appena la formazione friulana ha capito che il Genoa era troppo sbilanciato in avanti, la partita è radicalmente cambiata. Nella ripresa, sull’1-1, è parsa anche comprensibile la sostituzione dello sfiatato Saponara con il discusso Radovanovic, ed anche il cambio Barreca per Arnesen è risultato accettabile, ma quando Motta ha scelto l’ennesima punta – Sanabria – per avvicendre il dolorante Romero lasciando in campo un solo difensore, Zapata, la sorte era segnata. E le due successive reti ospiti l’hanno sigillata.

Un punto a Torino e un punto a Marassi si sono volatilizzati, condannando il Genoa a pascolare in pienissima zona retrocessione. Due topiche che recano una sola firma, quella dell’ex idolo della Nord, alle prime armi come tecnico e, forse, troppo proteso alla ricerca del bel calcio quando, invece, per salvarsi bisogna sempre e comunque badare al sodo.

L’alternativa è un peccato di cui si è già macchiato Andreazzoli: la sopravvalutazione di una rosa modesta e incompleta, incapace di garantire un football piacevole e nel contempo pratico. Occorre al più presto costruire un undici tatticamente più equilibrato e prudente, e pazienza se parecchi calciatori hanno modestissime qualità in fase di copertura: guai imboccare altre strade.

Certo, rimangono le lacune di fondo, che vanno addebitate principalmente al presidente Preziosi. Grave lo sbaglio di non inserire in organico un mediano autentico, coprendoil ruolo lasciato sguarnito almeno sino a fine novembre da Sturaro, convalescente da grave infortunio e successiva operazione. E che dire della mancanza di un centravanti esperto, in grado di alternarsi a Pinamonti, la cui giovane età ne rende aleatorio il rendimento in zona gol? Qualche smorfia di troppo ha subito provocato la provenIenza di molti rinforzi (più o meno freschi), pescati in squadre appena retrocesse. L’intelligente ingaggio di un campione come Schone non poteva bastare a produrre un radicale cambio di prospettive.

Non intendiamo fare i conti in tasca al presidente, ma è sicuro che molti suoi colleghi, padroni di club provinciali anche meno prestigiosi e seguiti del Genoa, abbiano investito ben altre cifre. Dopo aver scongiurato la serie B all’ultimissimo attimo dell’ultima partita, erano ben altri gli sforzi economici da produrre per colmare il “gap” con il resto del lotto.

Pierluigi Gambino