Ranieri e “le phisique du role”

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Tocca dunque a Claudio Ranieri riportare, o almeno provarci, la Sampdoria in carreggiata. Dopo il fallimento delle trattative con Pioli e Gattuso, ecco a firma di un allenatore per tutte le stagioni: non un integralista, non una scommessa, ma il cosiddetto usato sicuro, rilucidato dall’ancor recente, clamoroso scudetto alla guida del Leicester. Quello fu un miracolo ed ora il trainer del Testaccio è atteso a confezionarne un altro: la salvezza di una squadra che parte dalla cantina della classifica ed è immersa in problemi gravissimi. L’impresa gli riuscì già a Parma, quando si trovò a sostituire proprio Pioli, il primo della lista ferreriana. E nella sua ultima missione, riuscì a risollevare la Roma, che era guidata proprio dal suo attuale predecessore.

Inutile negarlo: per ragioni sentimentali, la piazza doriana avrebbe preferito Iachini, il tecnico dell’ultima promozione in A, ma il recente fallimento ad Empoli non poteva essere ignorato. Ranieri è trainer di altro prestigio, anche se – fatta eccezione per l’esperienza parmigiana – non ha mai dovuto scendere sin nei bassifondi della graduatoria, dove sopravvivere diventa un’impresa. Mister Claudio sembra comunque possedere le phisique du role: persona perbene mai sopra le righe, calmo e riflessivo, propenso al dialogo con i calciatori. Un tipo da Samp, che dovrebbe presto far breccia nel cuore dei blucerchiati. Non distantissimo dai 70 anni, ha il mestiere necessario per navigare in mezzo ai marosi, facendo pesare il proprio carisma senza alzare la voce. Il calcio è profondamente mutato: oggidè è quasi sempre è preferibile un personaggio flemmatico rispetto al classico sergente di ferro.

Di Francesco non è stato fortunato. Giunto in Liguria come tecnico di indubbia caratura e ambizioni altisonanti, è presto diventato l’uomo sbagliato nel momento sbagliato. Di sicuro, se avesse solo subodorato che tutti i rinforzi promessi dal Viperetta sarebbero diventati una pia illusione, si sarebbe rifiutato di firmare il contratto, visto che lui, dopo l’amarezza provata a Roma, in un altro club immerso nella tempesta, aveva assoluto bisogno di un rilancio in grande stile.

Il mister abruzzese non è un integralista, ma ha faticato ad accantonare le sue inclinazioni tattiche per adattare il modulo ai giocatori. Inoltre, nella sua carriera di tecnico non si è quasi mai trovato a combattere seriamente per la sopravvivenza, e in questi casi l’abitudine mentale conta enormemente. In certi contesti occorre lottare all’arma bianca su ogni pallone, sacrificarsi, se occorre far sentire i tacchetti sulla pelle degli avversari. Caratteristiche imprescindibili che questa Samp non ha nel proprio dna e non le sono state neppure inettate da un comandante impreparato psicologicamente a fronteggiare una situazione così critica.

Al Bentegodi la Samp difranceschiana ha toccato il fondo mettendo in scena un primo tempo tra i peggiori che si ricordino, benché il punteggio all’intervallo – 1-0 per l’Hellas – sia stato tutto sommato accettabile. Il campionato di svarioni sciorinato dai suoi ragazzi è stato avvilente: mai due passaggi riusciti di fila, innemerevoli gesti tecnici (anche i più semplici) falliti, costante ritardo sui palloni vaganti, spirito di iniziativa ridotto a zero. Solo la modestia dei gialloblù ha tenuto in partita i blucerchiati, che nella ripresa – quando i padroni di casa sono finiti atleticamente in riserva – hanno combinato poco o nulla per pareggiare prima di subire un evitabilissimo raddoppio.

Sarebbe assurdo qualsiasi processo alle intenzioni, ma il fatto che i soli a meritare elogi per l’impegno profuso siano Bonazzoli e (in parte) De Paoli insinua il sospetto che la vecchia guardia non si sia battuta leoninamente per salvare la panchina all’allenatore.

Eppure, gran parte della rosa è composta da giocatori che sino a sino qualche mese fa strappavano applausi e consensi a profusione. A cosa addebitare questa metamorfosi in negativo? Di sicuro al caos societario che non può non influire sullo stato psicologico dei protagonisti in campo; secondariamente, alle idee tattiche del nuovo mister, evidentemente indigeste per qualche singolo, Quagliarella in primis; in terzo luogo alle disastrose risultanze di un mercato estivo che ha visto la partenza degli uomini base, malamente sostituiti da calciatori rivelatisi inadeguati.

Non è nostra intenzione proporre similitudini nefaste, ma nel 2010, dopo le partenze di Pazzini e Cassano, la Samp si sciolse come neve al sole e precipitò. Vero che Praet, Andersen e Defrel non valgono complessivamente quei due fuoriclasse, ma la storia attuale non è troppo differente da quella. Privi di uomini di personalità e ascendente, in grado di trascinare i campagni, la squadra sta miseramente affondando, e l’impreparazione mentale a risolvere certi problemi di sopravvivenza non è fattore secondario. Già prima che arrivi il tempo del mercato di riparazione, occorre trovare le giuste contrarie a livello di approccio mentale: ed è un compito che spetta al nuovo “panchinante”, non certo da invidiare.

Di certo la chiusura dell’annosa vicenda della cessione societaria ha tolto i residui alibi alla squadra e contribuirà ad indirizzare le attenzioni della dirigenza verso il campo – di gioco e di allenamento – dove si giocherà realmente il futuro sportivo della Sampdoria. La soluzione anche negativa della telenovela è sempre preferibile alla sua continuazione. Ma – concedeteci un interrogativo – sarà davvero finita questa storia pazzesca? L’impressione epidermica è che – ad onta dei comunicati ufficiali – una riapertura possa sempre registrarsi. Il mondo del calcio, d’altronde, procede non da ieri all’insegna del “mai dire mai”.

Pierluigi Gambino