Finisce il ciclo terribile, ma a Verona “vietato sbagliare”

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A metà partita, più che Di Francesco sarà stato arrabbiato Antonio Conte, che si augurava un allenamento probante della sua Inter in vista del Barcellona. Invece i nerazzurri hanno disposto totalmente di una Samp mai pervenuta, ipotecando il successo senza neppure una stilla di sudore. Da incubo quei 45 minuti, che i tifosi sampdoriani hanno vissuto in silenzio, annichiliti anch’essi al pari dei loro beniamini, sovrastati sotto ogni aspetto: fisico, tattico, temperamentale.

Se non altro, al 94′ – dopo il fischio finale – negli occhi della gente blucerchiata sarà forse rimasta qualche immgine di una ripresa giocata con orgoglio e ardore. E qui s’innesta l’inevitabile interrogativo: quel cambio di marcia è derivato da un’autonoma presa di coscienza o – come è pensabile – dall’inferiorità numerica alla quale l’ingenuo Sanchez ha condannato i compagni meneghini? La gara è diventata improvvisamente equilibrata, e il gol del redivivo Jankto ha persin fatto sperare in una rimonta da ricordare a lungo. L’illusione è durata lo spazio di sei minuti, tempo sufficiente alla Beneamata per ristabilire le distanze sfruttando u gigantesca dormita degli avversari, rei di aver aperto un’autostrada per il taglio vincente di Gagliardini. Una mazzata, ma anche la conferma della fragilità difensiva di un undici che, dopo aver visto le streghe per mezzo match, trasformatosi in un tiro al bersaglio, ha sciupato l’opportunità di insidiare realmente i capiclassifica. I quali, sia chiaro, meritano caldissimi elogi, ma, almeno nella ripresa, non sono parsi invulnerabili. Sono piovuti in area ospite corner e cross piuttosto stuzzicanti, che una squadra rispettabile e competitiva avrebbe certamente capitalizzato. Non questa Samp di nanerottoli, indebolita pesantemente dall’eclisse del suo calciatore più rappresentativo, capitan Quagliarella, il quale ha girato a vuoto dl primo al novantesimo. Vero che il modulo del nuovo mister non ne esalta le qualità, vero altresì che i compagni non lo sanno servire  a dovere, ma lui ci ha messo del suo, correndo come un fantasma e sfiancandosi senza mai prenderla. La sua involuzione è un problema gigantesco, visto che la società non ha regalato a Di Franesco un altro uomo d’area in grado di far respirare il titolare. Gli altri attaccanti hanno latitato: Rigoni si è distinto solo per esecuzioni pasticciate e sterili e Bonazzoli, inserito nella ripresa, si è mostrato sì frizzante e intraprendente, ma solo lontano dai sedici metri. Nel pressi di Handanovic sono giunti decine di palloni, ma se nessuno dei doriani ha saputo assestare l’incornata o la zampata vincente, non possiamo chiamare in causa il destino. Unico fattore in controtendenza, i progressi di Jankto, che al di là del pregevole diagonale vincente si è dimostrato vivace e brillante. L’impressione è che l’impiego da attaccante esterno sia ideale per lui, che pareva un oggetto misterioso e si stava profilando a livello societario come una spaventosa minusvalenza.

Proviamo a consolarci con il mancato crollo dopo quel primo tempo allucinante, ma la preoccupazione resta, anche se il ciclo terribile è finalmente terminato e sabato, al Bentegodi, finalmente si affronterà un’antagonista alla portata. Certo, il prossimo impegno non sarà un semplice capitolo di campionato, ma un bivio stagionale pericolosissimo: uscire di strada significherebbe affondare e, probabilmente, salutare mister Di Francesco.

Nell’attesa del responso sportivo, l’ambiente doriano fa voti affinché si concretizzino le voci più recenti, che parlano di un Ferrero finalmente prossimo ad ammainare bandiera. La controparte vialliana probabilmente riuscirà pure a prendere per il collo il Viperetta, spuntando uno sconto nella cifra d’acquisto. Anche in questo auspicatissimo caso, tuttavia, una domanda è lecita: se per risparmiare qualche milioncino si sono persi tutti questi mesi, cosa succederà quando occorrerà spendere sul mercato di riparazione per evitare la sentenza peggiore?

Pierluigi Gambino