Troppe carenze. Milan ultima chiamata per Andreazzoli

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Aurelio Andreazzoli
Aurelio Andreazzoli

Davvero perfido il calendario della serie A, che al settimo turno pone uno contro l’altro gli allenatori meno in voga del momento. Chi soccomberà fra Andreazzoli e Giampaolo farà le valigie ma neppure l’ipotesi del pareggio li porrà al sicuro. 

In casa Genoa si respira un’aria tremenda, appesantita dall’effetto sorpresa. Sì perché nessuno si sarebbe aspettato che, dopo un avvio di campionato così incoraggiante, si dovesse assistere ad un crollo verticale. Quei 180 minuti di gloria e bel gioco hanno ingannato non solo i tifosi. Primi fra tutti noi addetti ai lavori, che avevamo decantato le doti del trainer ed esaltato il mercato condotto dal presidente Preziosi inneggiando al cambio di marcia societario.

Calcoli forse avventati e sicuramente superficiali i nostri, ma ci resta difficile spiegare una metamorfosi così netta, anche se, ad un’analisi più attenta della realtà, qualche difettuccio squadra e tecnico lo avevano già evidenziato.

Incolpare solo Andreazzoli di ogni recente malefatta sarebbe ingeneroso, illogico, ma qualche colpa occorre addossargliela. La più marchiana si riferisce all’infelice uscita nella sala stampa di Marassi dopo lo sciapo match col Bologna. Gliel’ha ordinato il dottore di elogiare solo Radovanovic accusando più o meno velatamente gli altri giocatori di condotta non esemplare in campo e durante il lavoro settimanale? Da che calcio è calcio, i panni sporchi vanno lavati nelle quattro mura di uno spogliatoio, non certo pubblicamente. Al di là della scarsa correttezza, certe frasi sono un formidabile boomerang, che si ritorce proprio contro chi le ha pronunciate. Ineluttabile che gli atleti, feriti nell’orgoglio, la facessero pagare al’incauto tecnico, i cui recenti dietro-front dialettici non potevano sanare il vulnus.

Il secondo tempo disputato all’Olimpico è stato talmente brutto da insinuare il sospetto di un ammutinamento nei confronti del capo. Difficile spiegare in altra maniera quella generale sparizione dal campo, quegli undici uomini trasformatisi in statuine del presepio, ad assistere passivi al torello e ad altre due segnature della Lazio. Si può perdere, ma non così, senza orgoglio e forza di reazione.

E se la nostra ipotesi non fosse reale, se cioé i rossoblù avessero tutti offerto il massimo, la preoccupazione aumenterebbe sino a diventare terrore.

Di sicuro, nell’operato dell’allenatore – esternazioni a parte – stanno venendo al pettine parecchi nodi. Il primo riguarda la preparazione atletica: tutta la squadra, non solo Schone, ha nelle gambe una settantina scarsa di minuti e regolarmente conclude le gare con la lingua per terra.

Eppoi la tattica e la mentalità. Inizialmente aveva conquistato tutti noi quel Genoa sbarazzino e coraggioso, proteso all’attacco. Dopo un mese, lo stesso atteggiamento è parso figlio dell’incoscienza e dello scarso equilibrio. Da sempre le salvezze si conquistano soprattutto in difesa: ebbene, Andreazzoli sta curando in modo insufficiente la fase di copertura insistendo sugli schemi offensivi e sulla costruzione della manovra. Tredici reti incassate in sei match rappresentano un bilancio incettabile: continuando su certi ritmi, sarebbe impossibile salvarsi.

Infine, la scelta degli uomini. Il feeling col presidente vacilla da Cagliari,quando la formazione base presentò ben cinque uomini nuovi: un’insostenibile enormità. Non meno censurabile la decisione di relegare in panchina all’Olimpico un pilastro come Schone, che questo Genoa dovrebbe essere in campo anche… nell’intervallo. Come se non fosse bastato l’utilizzo del danese come mezz’ala e non nel ruolo abituale di centrometodista, occupato in pianta stabile da Radovanovic, forse il solo elemento che il trainer reputa inamovibile…

Sempre mister Andrea, di recente, si è complimentato con la società per avergli messo a disposizione due giocatori per ruolo. In pratica, ha avallato nelle sue dichiarazioni un mercato che si sta rivelando deficitario. A parte il colpaccio Schone, quasi tutti i nuovi acquisti a maggio finirono in B con le rispettive squadre: e molti di loro non erano neppure titolari. Dubbi a josa alimenta la vera forza del quatretto di esterni (a Ghiglione e Barreca hanno preso le misure e i sostituti non sembrano onestamente da serie A), ma lascia ancor più perplessi l’assenza totale di un mediano vero, un cacciapalloni, che sappia pressare sui centrocampisti rivali. Ceduto Rincon, su questof ronte è calato il buio. Vero, in rosa c’è un certo Sturaro, ma tutti si era al corrente dei lunghi tempi di recupero dall’infortunio.

La seconda carenza riguarda la prima linea: condivisibile la scelta di puntare su un giovane dotato come Pinamonti, ma un club che si rispetti lo “protegge” ingaggiando un “volpone” delle aree di rigore, in grado di garantire sette-otto gol ed un supporto importante al gioco di squadra. Favilli, fermo da quasi due anni, non può essere un’alternativa spendibile quando i punti pesano e gli esperimenti sono sconsigliabili. Inoltre, le altre punte – Kouamé, Sanabria, lo stesso Pandev – sono tutte di appoggio e nei sedici metri scompaiono.

Pierluigi Gambino