L’eterna sfida Bayern Monaco-Liverpool

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Domani sera Bayern Monaco e Liverpool si affrontano nel ritorno degli ottavi di Champions dopo lo 0-0 dell’andata ad Anfield. Un match ricco di fascino, che profuma di grande calcio, quello degli anni settanta quando tedeschi ed inglesi scrissero pagine memorabili della “vecchia” Coppa dei Campioni, succedendo al fenomeno Ajax che aveva aperto il decennio quanto a successi europei.

I bavaresi ne vinsero tre consecutive, tra il 1974 ed il 1976, e negli occhi abbiamo il pareggio al centoventesimo nei supplementari dello stopper Schwarzenbeck contro l’Atletico Madrid che era andato avanti nell’extra time e poi perse per quattro a zero la ripetizione di due giorni dopo, con le doppiette di Gerd Muller e Uli Hoeness.

L’undici di Udo Lattek era la fucina principale del “Mannschaft” che due mesi dopo trionfò contro l’Olanda nella finale mondiale a Monaco di Baviera, imperniato su uno straordinario asse formato dal piccolo ma agilissimo Sepp Maier, portiere dalle mille risorse, da Franz Beckenbauer, il “kaiser” e da Gerd Muller, forse il più forte centravanti d’area mai apparso sulla scena mondiale, con interpreti di assoluto valore quali Paul Breitner, il terzino goleador , folta capigliatura e barba nera,  seguace di Mao Tse Tung ed Uli Hoeness, raffinato centrocampista offensivo. In rapida successione arrivarono la vittoria contro il Leeds ed il tris contro la sorpresa Saint Etienne, in cui decise Roth, centrocampista di fatica che era stato decisivo anche l’anno precedente nel 2-0 agli inglesi. In quegli anni nacque la stella di uno dei più grandi attaccanti espressi dal calcio teutonico, quel Karl Heinz Rummenigge , “ Kalle”, che fu uno dei crack interisti nel mercato degli anni ottanta.

Dopo il dominio del Bayern salirono sul gradino più alto e caratterizzarono la scena europea di quegli anni proprio i “Reds” di Liverpool e quando nomini quella squadra il primo nome che ti viene in mente è quello di Kevin “King” Keegan, piccola e funambolica ala , numero sette di grande fantasia e rapidità e dotato di un gran tiro dai venti metri e poi  la “Kop” , la mitica gradinata dell’Anfield Road, capace da sola di ospitare trentamila tifosi che sospingevano e risucchiavano la loro squadra quando attaccava verso di loro. La squadra plasmata dal mitico coach Bill Shankly poi rilevato dal secondo Bob Paisley, l’undici di Hughes, di Ray ed Alan Kennedy,  di Callaghan, Toshack, Smith, di Phil Neal, terzino infallibile dal dischetto, del portiere Ray Clemence, di Sammy Lee e Whelan….

Il primo trionfo all’ Olimpico di Roma, in una indimenticabile finale contro il Borussia Moenchengaldbach di Alan Simonsen, straordinario furetto danese e poi l’anno dopo la vittoria contro il Bruges, con uno scozzese, il talentuoso Kenny Dalglish, che aveva preso il posto proprio di Keegan, emigrato ad Amburgo , autore della rete del trionfo. Nella squadra era entrato prepotentemente a dettare i tempi di gioco un baffuto scozzese, Greame Souness, al secolo “Charlie Champagne”, che fece poi le fortune della Samp di Paolo Mantovani , un autentico uomo squadra, una specie di Falcao d’oltre manica con tanta grinta in più, tra i protagonisti della vittoria contro il Real di Vujadin Boskov del 1981 firmata da Alan Kennedy e letale dal dischetto nella notte di Roma che fece svanire il sogno della “Maggica” nel maggio 1984, in cui si affacciava la stella di un giovane centravanti gallese, Ian Rush ed in porta c’era un certo Grobbelaar, nativo dello Zimbabwe, che irretì con i suoi comportamenti clowneschi i romanisti prima dei fatali tiri finali dagli undici metri, regalando il quarto trionfo ai “reds”.

MARCO FERRERA