Genoa, risultato bugiardo ma se non segni mai…

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Sei malfermo sulle gambe? Hai il respiro corto? Nessun problema, ti basta chiamare la Croce Rossoblù per guarire dai tuoi malanni. Il Parma non vinceva al Tardini da novembre e poveniva da una serie di cocenti sconfitte di fila: chi se non il Genoa, da decenni specialista in salvataggi miracolosi e resurrezioni clamorose (degli antagonisti, ovviamente), poteva risollevarlo e porre fine alla sua profonda crisi?
Chiusa la premessa forzatamente ironica, va scritto a chiare lettere che stavolta il destino non è stato amico del Grifone, il quale – senza compiere mirabilia – aveva abbondantemente legittimato il pareggio e forse qualcosa in più. Verissimo che gli emiliani non stanno attraversando un momento magico e che solitamente colpiscono solo in contropiede, ma un gol possono sempre segnartelo su palla inattiva, e quando matura in modo così rocambolesco, a seguito di un calcio d’angolo assolutamente regalato dall’arbitro (neppure in discussione la rimessa dal fondo, altro che corner), lo si deve accettare, seppur a malincuore.

Ad essere pignoli, quei tre biancoscudati lasciati liberi sul secondo palo lasciano pensare ad una pessimo posizionamento della difesa, ma vale ripeterlo: un dispiacere può arrivare anche dall’avversario più spuntato. L’importante sarebbe restituire pan per focaccia, magari con gli interessi. Ed è qui che iniziano i veri dolori. Di fronte ad una retroguardia come quella emiliana apparsa tutt’altro che impermeabile, era doveroso passare all’incasso già nel primo tempo e poi perfezionare l’opera nella ripresa. I rossoblù invece sono rimasti all’asciutto come a Verona e in casa col Frosinone, altre due formazioni non propriamente in salute.
Ieri, se non altro, qualche palla-gol su è registrata, ma senza il guizzo decisivo non si raccoglie che rimpianti e recriminazioni. Anche in questo turno di campionato Piatek è andato a bersaglio, e anche un cieco o un incompetente ha maturato la convinzione che il polacco, se fosse stato al posto di Sanabria, avrebbe capitalizzato almeno una, se non due delle imbeccate giunte al centro dell’area. Il bilancio economico sarà stato anche corroborato dalla sua cessione al Milan, ma quello tecnico è un pianto. Il suo erede si batte come un leone, è mobilissimo e propositivo, ma al momento topico manca di chili e centimetri per vivere di prepotenza e inventare una conclusione vincente diversa dal tocco ravvicinato o dal fortunoso rimpallo.

Ovvio, non è colpa solo del paraguagio se il Grifo spara a salve. Kouamé prosegue nella sua spaventosa involuzione, che probabilmente prescinde dalla collocazione tattica, e i centrocampisti – nessuno escluso – non hanno la minima confidenza con il gol, per loro un’entità pressoché sconosciuta. Già faticano a costruire opportunità ghiotte, figurarsi concretizzarle.
Se non altro, al Tardini per qualche scampolo di primo tempo e per mezz’ora abbondante della ripresa si è vista all’opera una squadra senz’altro più apprezzabile di quella sterile e vuota esibitasi nelle due precedenti esibizioni, ma nel calcio d’oggi, in cui la differenza tra le varie squadre si riflette soprattutto nel cinismo sotto porta (oltreché in un’accettabile tenuta difensiva), non vale più l’antico detto: “Conta creare le occasioni da gol, prima o poi si comincerà a buttarla dentro”.

No, qui il male è endemico, e quando Piatek, ormai con un’altra casacca addosso, ha smesso di mascherarlo a suon di prodezze, è affiorato in tutta la sua gravità , e non appare così agevole guarire al cospetto dei prossimi avversari, tutti altolocati.
Tuttavia, questo Genoa ha i mezzi per non affondare, basandosi ovviamente su una fase difensiva rassicurante. Dopo tutto, Romero sta lievitando come una torta fragrante e il centrocampo (carentissimo nella costruzione e nella finalizzazione) garantisce un filtro sufficiente. Basterà? Bisognerebbe che, godendo di qualche spazio in più, Kouamé uscisse dal lungo letargo e i centrocampisti trovassero il modo di raddrizzare i piedi. In attesa del prossimo mercato, è impossibile augurarsi una metamorfosi più profonda.

Pierluigi Gambino