Genoa: la noia è il filo conduttore della stagione

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Forse Ballardini non avrebbe saputo giocare in altra maniera, ma è indubbio che l’atteggiamento tattico espresso dal suo Genoa fosse il Più adatto a quest’organico. Il suo Grifone non suscitava ammirazione, esprimeva un calcio macchinoso e fondato sulla fase difensiva, ma – sfruttando il cinismo di un super bomber come Piatek – aveva il brutto vizio di sconfiggere tutte le provinciali. A Preziosi non piaceva quella squadra così sparagnina, ma Juric – che, va aggiunto per onestà, è in corso in innumerevoli episodi jellati – non aveva capito i limiti di una rosa incapace di proporsi diversamente e di offrire un football esteticamente apprezzabile senza snaturarsi e correre rischi difensivi.

Il calcio di Prandelli, in teoria, è una via di mezzo tra le filosofie di cui sopra: anche lui ambirebbe ad un Genoa più propositivo e spettacolare, ma non ha impiegato mesi per comprendere che le sue velleità sarebbero state lettera morta.

Tra le varie esigenze, quella di salvarsi possibilmente in anticipo era primaria, e Prando si è adeguato. Anche adesso, con 12 punti e mezzo sulla terz’ultima, il bresciano continua a viaggiare rasoterra, ripetendo la necessità di non abbandonare una “sana paura” e troncando sul nascere ogni ogni discorso su obiettivi differenti. D’altronde, il Genoa autunnale era tenuto a galla da un formidabile centravanti e la tenuta stagna della retroguardia. Il centrocampo, giù punto debole, ha perso per strada l’uomo più dinamico e tonico, Hiljemark e a gennaio ha visto le partenze di Romulo e Sandro a fronte degli innesti di Radovanovic e Lerager. Dopo un mese abbondante si può scrivere tranquillamente che il quadro del reparto mediano non è assolutamente migliorato (anzi…) e in compenso l’unico bomber reale della squdra è partito per altri lidi, sostituito da un giocatore meno dotato, anche a livello fisico. In soldoni, nel 2019 c’è stato un ulteriore passo indietro: altro che l’agognato salto di qualità.

La sfida con il Frosinone è stato l’ennesima cartina al tornasole. Per battere un avversario tecnicamente modesto ma forte atleticamente e dopo mezz’ora obbligato alla strenua difesa dall’inferiorità numerica sarebbero occorsi giocatori ben differenti dagli attuali rossoblù: un fantasista capace di produrre superiorità numeriche, un attaccante strutturato e prepotente in area di rigore, almeno un tiratore efficace dai venti metri, uno o più centrocampisti rapidi e svelti. Troppe le caranze per poterla sfangare senza un colpo di fortuna tipo quello che ha fruttato il gol di Sanabria contro la Lazio. Prandelli ha lamentato il modo di sfruttare gli innumerevoli cross, senza un solo giocatore che andasse ad aggredire il primo palo. Forse, in allenamento, non ha avuto ancora il tempo di rifinire certi meccanismi, ma non si può racchiudere la crisi offensiva della squadra in questa generale dimenticanza.

Sanabria è una punta di manovra, ma non uno sfondatore, mentre Kouamé – travolgente nel girone di andata – è in preda ad un’involuzione sempre più marcata. Servirebbe un’alternativa presentabile nel ruolo, ma Favilli continua a frequentare l’infermeria, e il fatto che la società abbia accettato (su imput perentorio della Juventus) di riscattarlo a fine anno è – alla prova dei fatti – un clamoroso autogol alla Niccolai.

L’unica certezza è la noia di una tifoseria stufa di assistere ad esibizioni così desolanti, figlie di una strategia societaria che mai concima la pianticella della speranza e dell’ambizione. Ogni anno è simile, se non peggiore, al precedente, e il prossimo – tanto per gradire – si presenterà con l’addio a  Romero, uno tra i rarissimi punti fermi del Genoa attuale. Il passivo societario – a sentire la dirigenza – resta ancora cospicuo, ma il popolo genoano si è addirittura stufato di chiedersi come sia maturato nel tempo, considerati i responsi non certo esaltanti del campo e il copioso, ininterrotto fiume di plusvalenze messe a bilancio.

                                PIERLUIGI GAMBINO