Il realismo di Cesare

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Cesare Prandelli potrebbe essere definito una elice sintesi tra i suoi due predecessori. Rispetto a Juric (al di là di una dose di fortuna nettamente supeiriore) è ben più concreto ed elastico nelle scelte (individuali e tattiche) e nei confronti con Ballardini ha una maggiore propensione a cercare la strada del gioco.

Ben pochi tifosi genoani possono però dubitare riguardo alle sue capacità assolute, seconde solo a quelle di Gian Piero Gasperini, di gran lunga il miglior tecnico dell’era Preziosi. Piace, soprattutto, del bresciano l’abilità a cambiare in corsa assetto e rendimento della sua squadra: una dote figlia anche dell’esperienza ad alto livello.

Riferendosi alla partita di Verona si può, al limite, discutere riguardo all’uscita di Rolon, l’unico elemento dinamico del centrocampo e all’impiego contemporaneo di Veloso e Radovanovic, entrambi lenti e scarsamente dinamici, ma è improbabile che compiendo altre scelte l’andamento della gara sarebbe radicalmente cambiato.

A Prandelli si deve il miniciclo di cinque partite senza sconfitte, evento che non si regitrava da un lustro. Il realismo del trainer è alla base di questo dato che corrobora la classifica, allontana definitivamente lo spettro della retrocessione e consente di inseguire con speranze reali l’unico obiettivo stagionale: il primato tra i secondi, quelli che occupano la colonna a sinistra della classifica.

Le prossime due gare rappresentano altrettanti step in questa fase evolutiva: il Frosinone, pur comportandosi con la massima dignità, è nella cantina della graduatoria e il Parma – corsaro a Marassi nell’andata – è in caduta libera, come se l’anticipata salvezza da matricola avesse svuotato l’ambiente di ulteriori traguardi.
Se il discorso si sposta sulla qualità del gioco espresso dal Genoa e sulla sua capacità di offrire spettacoli calcistici gradevoli, le conclusioni sono meno lusinghiere.

Vero che, dopo la mini-rivoluzione di gennaio il Genoa è tuttora un cantiere aperto, ma Prandelli ormai ha potuto trarre conclusioni definitive riguardo alle caratterische dell’organico a disposizione. Il passaggio alla difesa a quattro sta diventando un’innovazione interessante e destinata a prolungarsi nel tempo: definiamolo un primo passo verso un assetto più moderno.

E’ in attacco e sorattutto a centrocampo che i conti non tornano. In avanti – inutile illudersi – Sanabria è un accettabile terminale, ma non ha la possanza atletic e neppure il fiuto del gol che caratterizzano Piatek. Inoltre Kouamé sta attraversando un periodo di scarsissima vena e necessiterebbe di un periodo di riposo, ma con chi avvicendarlo se Pandev – il miglior bue della stalla – ha nelle gambe non più di mezz’ora e Favilli è un perenne ospite dell’infermeria?

Nel settore mediano alberga tuttavia la vera carenza di questo Genoa, giù evdenziata chiaramente nel girone di andata.

Il reparto andava rivoltato come un calzino, ma con calciatori di qualità e dinamismo: purtroppo le unanimi invocazioni inerenti un intervento massiccio sono rimaste lettera morta. Radovanoc ha rilevato Sandro, ma senza accrescere il tasso tecnico della manovra, mentre Lerager sinora non si è dimostrato più efficace e incidente di Hiljemark, appiedato da nun grave infortunio.

Prandelli è stato abile a togliere Rolon dalla ruggine, ma il giovane argentino, pur utilissimo, è un mediano “cacciatore di palloni”, non un fine dicitore.

A cosa o a chi aggrapparsi? Non resta che Sturaro, acquisto in prospettiva, nella speranza che guarisca definitivamente dai guai fisici che lo tormentano da tempo. L’ex juventino, in teoria, potrebbe colmare almeno in parte la lacuna ed imporsi come un punto fermo del Genoa futuro.

Nell’attesa, accontentiamoci dei risultati sul campo, e pazienza se le trame condotte dai rossoblù non appagano affatto l’occhio.

Pierluigi Gambino