Il Genoa concreto di Prandelli è già salvo

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Tre punti ad Empoli, uno col Ssssuolo, un altro a Bologna: grasso che cola per un Genoa al quale bastano piccoli passi in avanti, specialmente negli scontri diretti, per allungare rispetto alla terz’ultima e ipotecare una salvezza ormai alla portata. Passano gli anni e la musica non cambia: per scongiurare non solo la B ma anche qualsiasi serio coinvolgimento nel calderone della bassa classifica è sufficiente un onesto tran-tran, caratterizzato da una sufficiente dose di concretezza e di cinismo. Se, poi, gli avversari continuano a collezionare legni, il traguardo si avvicina ancor più.

In terra emiliana, dopo tutto, contava non perdere. Obiettivo centrato, e pazienza se l’ultimo quarto d’ora è trascorso con i tifosi genoani in apnea al pari dei loro beniamini, asserragliati nella propria area di rigore, neppure se di fronte agisse il Barcellona dei tempi migliori.

Il Grifone è questo, con i pregi e i difetti di sempre: costruito perfettamente dal Joker non per miracoli o per risalire la classifica, ma per restare saldamente ancorato alla massima serie, vetrina ideale per un club animato, più che da obiettivi sportivi lusinghieri, da finalità mercantilistiche portate all’eccesso. Così, in un campionato che non ti pone di fronte a gravi pericoli Di retrocessione e ti rende improba la caccia ad una poltrona europea, a che pro rinforzare massicciamente l’organico quando, per contro, si può tranquillamente rinunciare al giocatore più forte (programmando altresì la partenza estiva degli altri pezzi da novanta) senza pregiudicare alcunché? L’importante, nell’ottica della dirigenza, è rafforzare i rapporti con le “grandi” tradizionali a suon di operazioni sicuramente lecite ma alquanto nebulose: vedi l’addio a Piatek, ma anche l’acquisto di Vaglietti, baby interista, per una cifra spaventosa e quelli, obbligati contrattualmente, di Sturaro (fisicamente non al meglio da tempo) e di Favilli (ospite pressoché fisso dell’infermeria) con la Juventus a fronte della cessione traslata di Romero.

A dicembre erano chiare le lacune della rosa genoana, specialmente nel settore di centrocampo, che andava rivoluzionato di sana pianta. Tre rinforzi, o presunti tali, sono arrivati, ma con quali effetti sul rendimento del collettivo? Radovanovic, inguardabile a Bologna, non è che un Sandro più sano e più alto, ma anche più lento. Lerager, in chiaro progresso al Dall’Ara e non solo per il gol autografato, ha sostituito Hiljemark (perso definitivamente per la causa sino all’anno prossimo), che era l’unico apprezzabile punto fermo. Infine Sturaro, che sulla carta è centrocampista di movimento, capace anche di compiere qualche accelerata: lui sì uomo in più rispetto a prima, ma ahinoi perennemente acciaccato e pronto chissà quando per un utilizzo completo e stabile.

Considerando che Sanabria, pur accettabile, non vale il nuovo bomber del Milan e che i vari Pezzella (riserva di Criscito nella quattro a sinistra) e il portiere Jandrei sono solo innesti in prospettiva, ecco che il Genoa uscito dal rutilante mercato invernale non appare più forte di quello novembrino. La società, che può anche risparmiare sugli ingaggi pesanti di alcuni elementi tecnicamente superflui piazzati altrove, ha così registrato l’abituale utile di cassa: buon per il Prez, sollecito nel giustificare e comprendere il malcontento dei tifosi genoani (almeno quelli che non mettono in atto inaccettabili violenze verbali e rappresentano la maggioranza silenziosa), ma imperterrito nel continuare la sua strategia, fondata sulle plusvalenze.

Alla storiella di un Genoa ancora indebitato, onestamente, sono sempre in meno a credere.

Pierluigi Gambino