La jella di Juric

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Brillano ancora gli occhi dei tifosi genoani di fronte alla gagliarda prestazione offerta dai loro beniamini nel derby. Peccato che, nel calcio d’oggi, spesso chi gioca meglio pareggi e a volte perda. Il Grifo ballardiniano proponeva spettacoli quasi sempre stucchevoli ma passava all’incasso, mentre Juric continua nella sua annosa astinenza da vittorie e fa solo il pieno di elogi sperticati. Diciamolo: il croato è pur accompagnato da una nuvoletta di sfortuna che gli scarica addosso ogni intemperia di carattere calcistico e gli nega le giuste soddisfazioni, ma è giusto emendarlo da ogni responsabilità?

In certe gare l’ex mediano ci ha messo del suo: vedi, recentemente, i cambi cervellotici attuati nel finale contro il Napoli. Domenica scorsa, però, non ci sentiamo di imputare alcunché all’allenatore rossoblù, che – deciso un undici iniziale praticamente scontato da giorni – ha azzeccato la tattica. Contro un centrocampo sulla carta più forte, ecco i continui lanci lunghi a scavalcare la zona mediana e ad attivare direttamente le punte sul filo del fuorigioco. A questa direttiva si è accompagnato un pressing spesso asfissiante, condito da costanti anticipi dei difensori sugli avanti blucerchiati, raramente a proprio agio.

Ad essere severi con mister Ivan potremmo rimarcare che un ritmo così elevato è insostenibile per una partita intera e può anche cagionare qualche appannamento sotto porta, ma da qui a dire che è stata la stanchezza a tradire Kouamé e compagni ce ne passa. Mettiamoci tre paratone di Audero, ad inchiodare il pari favorevole ai blucerchiati, ma anche col portiere più ispirato del mondo il Genoa avrebbe dovuto far suo il match.

La verità è che certe cadenze forsennate servono a mascherare i limiti di una squadra che nella stracittadina si è avvicinata al rendimento ottimale, evidentemente non bastevole a piegare una squadra lungamente sulle ginocchia, esposta al colpo del ko che non è mai arrivato. Intendiamoci, con lo spirito espresso in questa circostanza i rossoblù difficilmente dovranno arrendersi a qualche pericolante, ma – sotto sotto – il mancato successo con quel po’ po’ di circostanze favorevoli  accende la spia dell’allarme.

E’ arduo infatti pretendere in futuro qualcosa in più da giocatori di qualità non eccelsa. Non ci riferiamo ovviamente a Piatek (nella sua prova tanta sostanza al di là del rigore procuratosi e realizzato) e neppure a Kouamé (altro elemento da zona Europa League) cosiccome a Romero (non ancora perfetto ma sempre più autoritario, sia nel recupero sia nella gestione della palla), a Biraschi (marcatore arcigno e pure assist-man) e a capitan Criscito (indomito dal principio alla fine) bensì al quintetto di centrocampo, che fatica ad emergere nella massima categoria. In questo settore mancano velocità, inventiva e soprattutto quella tecnica indispensabile per spedire in gol i compagni. Veloso è un prezioso punto di riferimento, ma non certo un fulmine di guerra: necessiterebbe, al fianco, di calciatori ben più abili a procurare preoccupazioni agli avversari. Romulo ha fallito un paio di ghiotte rifiniture, Hiljemark si è limitato al compitino e Bessa non ha minimamente inciso, limitandosi a tocchi scontati e sterili. Il popolo genoano si è spellato le mani all’uscita dal campo di Lazovic, mai così ficcante nelle accelerazioni sulle fasce, ma quanti palloni interessanti ha recapitato ai compagni?

Purtroppo, sotto un vestino finalmente gradevole, il Genoa continua ad avere poco e i risultati lo dimostrano. Intanto, Juric rimane sulla graticola e il divario dal fondo classifica si è assottigliato in modo non tranquillizzante. Come uscirne? I tifosi la smettano di discutere riguardo al mister, e il presidente pianifichi un massiccio intervento a gennaio: sia per esorcizzare questi accenni di paura, sia per ripagare degnamente un pubblico tra i più fedeli, da troppi anni in attesa di una squadra decorosa e vincente.

                        PIERLUIGI GAMBINO