Storia dei Mondiali: 1950-1958, dal Maracanazo al “primo” Pelè

0
146

Dopo la pausa per il secondo conflitto mondiale, la manifestazione calcistica più importante riprese nel 1950, con l’Italia campione in carica. Si giocò in Brasile ed il trasferimento dei nostri giocatori avvenne via nave:  un viaggio lungo e faticoso di tre settimane, che non permise ai nostri di affinare la preparazione. Si era scelta questa soluzione perché il mondo del calcio era sotto shock per la tragedia avvenuta un anno prima sulla collina di Superga, dove di ritorno da una trasferta in Portogallo tutto il Grande Torino terminò la sua corsa terrena a bordo di un aereo.

Storia dei Mondiali: il 1950 e il “dramma” Maracanazo

I nostri finirono in un girone a tre con Svezia e Paraguay e la sconfitta per 3-2 all’esordio contro gli scandinavi determinò di fatto l’eliminazione, rendendo inutile la vittoria contro il Paraguay, visto il precedente pareggio tra gialloblù e sudamericani.

Oltre all’Italia venne eliminata a sorpresa una delle favorite alla vittoria finale: l’Inghilterra fu sconfitta per 1-0 dagli Stati Uniti, una squadra di dilettanti composta da postini e lavapiatti che vinse con un gol di Gaetjens.

Il girone finale vide qualificarsi quindi, oltre agli svedesi, Spagna , Uruguay ed i favoritissimi padroni di casa del Brasile, che presentavano un attacco stellare con il centravanti Ademir, che risultò il capocannoniere della manifestazione con nove reti.

E’ il mondiale del famoso “Maracanazo”: l’ultima partita del girone, di fatto una finale, mise di fronte i verde-oro e la “Celeste” che aveva trionfato nella prima edizione nel 1930. Il 16 Luglio di quell’anno le due squadre scesero sul terreno di gioco , il mitico Maracanà, davanti a quasi duecentomila spettatori, ai padroni di casa sarebbe bastato un pari per aggiudicarsi la Coppa Rimet e quando Friaca, in avvio di ripresa, realizzò il vantaggio carioca i giochi sembravano ormai fatti.

Fu però il capitano uruguagio Varela a trascinare i suoi verso un incredibile rimonta: prima Schiaffino , “ El pepe”, nipote di un macellaio genovese e poi Ghiggia fecero piombare il Brasile nel dramma , non solo sportivo. Molti che avevano scommesso sul successo della propria squadra non ressero alla sconfitta , tanti finirono in rovina e si registrarono decine di suicidi in tutta la nazione.

Proprio il capitano della “Celeste” Varela rimase scioccato quando, dopo la partita, andò a girare per le strade di Rio insieme al massaggiatore della squadra e si rese conto del dramma collettivo in cui era precipitato il paese; per annegare il dispiacere prese una sbronza e cercò di dimenticare che era stato lui uno degli artefici di quel disastro, vedeva tutti in lacrime e disperati  e quel giorno capì il significato della sconfitta.

Gran parte delle colpe furono attribuite al portiere brasiliano Moacir Barbosa che una volta raccontò di come una donna, molti anni dopo, indicandolo e rivolgendosi alla figlia, disse :” Lui è l’uomo che ha fatto piangere tutto il nostro popolo!”.

1954: la prima volta della Germania e della Rai

Quattro anni dopo si torna in Europa ed è la Svizzera ad ospitare la manifestazione: ai nastri di partenza sedici formazioni per i primi mondiali trasmessi dalle neonata Rai, è la prima volta della Germania che vincerà al termine di una drammatica finale contro i favoritissimi ungheresi, che schieravano la fantastica “Arancysapat”, la squadra d’oro, un undici leggendario con i vari Puskas, Grosics, Czibor , Kocsis ed Hidegkuti, famoso centravanti arretrato, la squadra “perdente” più forte della storia del calcio al pari dell’Olanda di Cruyjff del 1974.

L’Italia , chiamata a riscattare la deludente spedizione brasiliana, venne inserita come testa di serie nel gruppo 4, tutto europeo, composto da Belgio, Inghilterra e dai padroni di casa elvetici e perse all’esordio contro i rosso-crociati, complice anche un arbitraggio sfacciatamente casalingo dell’arbitro brasiliano Viana che sull’1-1 annullò un gol regolare a Benito Lorenzi: finì 2-1 per i nostri avversari e la giacchetta nera venne aggredita dai nostri nel tunnel che portava agli spogliatoi. Superato con facilità il Belgio con un rotondo 4-1 perdemmo con lo stesso punteggio lo spareggio con la Svizzera, tornando a casa delusi e tra le polemiche.

Abbiamo detto dello squadrone magiaro, favorito del mondiale, forte della vittoria ottenuta qualche mese prima in casa dei maestri del calcio, gli inglesi, che persero l’imbattibilità casalinga a Wembley con un clamoroso 3-6 nel novembre dell’anno precedente e vennero sonoramente battuti nella rivincita a maggio per 7-1. Nei quarti di finale si sbarazzarono del Brasile con un rotondo 4-2 in quella che passerà alla storia come “La battaglia di Berna”. Hidegkuti e Kocsis portarono avanti i danubiani nei primi dieci minuti, accorciò le distanze lo straordinario terzino carioca Djalma Santos, dopo il 3-1 di Lantos il match divenne durissimo, con le espulsioni dei brasiliani Nilton Santos e Humberto e dell’ungherese Bozsik. Era il Brasile oltre che dei Santos, di Didì e Julinho, funambolica ala che fece poi le fortune delle Fiorentina scudettata di Bernardini ma si dovette inchinare alla formazione magiara, con rissa finale nel dopo partita con Puskas, assente per infortunio, che spaccò una bottiglia in testa a Pinheiro ed un fotografo brasiliano che assalì un poliziotto elvetico.

Nella prima semifinale la Germania si sbarazzò facilmente per 6-1 dell’Austria, nell’altra si assistette ad una delle più belle partite della storia del calcio: i magiari s’imposero sui campioni in carica dell’Uruguay per 3-2 solo dopo i supplementari, con il gol decisivo di Kocsis che risultò poi anche il capocannoniere del torneo con undici reti, in un match splendido per tecnica ed intensità, giocato con le assenze pesanti di Puskas e degli uruguaiani Varela ed Abbadie, che sarà protagonista negli anni a venire con la casacca del Genoa.

Ed arrivò il giorno della finale di Berna: il 4 Luglio Puskas e compagni affrontarono la compagine teutonica in una giornata di pioggia incessante, che rese il terreno di gioco pesantissimo. I magiari, che avevano vinto nel turno eliminatorio per 8-3 contro gli avversari, si portarono avanti con un doppio vantaggio nei primi otto minuti grazie a Puskas e Czibor , sembrando avviati verso una facile vittoria ma nel giro di pochi minuti i tedeschi pareggiarono con le reti di Morlock e Rahn. Pali e traverse fermarono l’Ungheria ed a quattro minuti dalla fine ancora Rahn mandò in paradiso la Germania, con un gol molto dubbio annullato a Puskas nel convulso finale. Jules Rimet consegnava quindi l’ambita statuetta nelle mani dell’esultante capitano Fritz Walter mentre le autorità dell’Ungheria comunista denunciarono un complotto del mondo occidentale ; dieci giorni dopo la finale numerosi atleti della squadra tedesca vennero ricoverati in ospedale per una misteriosa infezione e su quella vittoria rimase per sempre il dubbio del doping .

1958: nasce la stella di Pelè

Nel 1958 in Svezia è la prima volta del Brasile e nasce la stella di Edson Arantes do Nascimiento, in una parola Pelé. L’Italia per la prima volta non riesce a qualificarsi alla fase finale, sconfitta nelle eliminatorie dall’Irlanda del Nord ed il mondo scopre questo diciasettenne capace di segnare cinque volte tra semifinale e finale. E’ l’edizione in cui compare il marcatore più prolifico (il francese Just Fontaine a segno tredici volte in sei partite) , Pelé è il più giovane della storia a segnare in una fase finale  nell’1-0 contro il Galles orfano dell’infortunato John Charles, formidabile centravanti della Juventus oltre ad essere il più giovane a laurearsi campione del mondo. Registriamo l’esordio dell’Urss con il “Ragno nero” Lev Yashin tra i pali, da molti considerato il miglior numero uno della storia pallonara, i brasiliani rimangono gli unici sudamericani ad avere trionfato in un mondiale disputato in Europa.

L’altra finalista sarà la Svezia, i padroni di casa possono contare su una formazione che accoppia forza fisica a tecnica sopraffina, infarcita di campioni quali il “Barone” Nils Liedholm, il più anziano marcatore in una finale (aveva 35 anni e 263 giorni quando infilò Gilmar ) , Lennart “Nacka” Skoglund, fantasista che giocò due stagioni in blucerchiato, Gren, Kurt Hamrin, imprendibile ala che fece le fortune di Padova e Fiorentina.

Il Brasile assemblato da Feola era un autentico squadrone, con Gilmar tra i pali, una difesa imperniata su Bellini ed i due Santos, Zito e Didi a dettare i tempi a centrocampo ed una prima linea straordinaria, con l’imprendibile Garrincha ad imperversare sulla destra  Zagalo a sinistra, con attaccanti quali  José Altafini, soprannominato “Mazzola” per la somiglianza con il Valentino perito a Superga e Vavà… ma come detto nel corso del torneo esplose il talento di Pelé, capace di segnare una tripletta alla Francia in semifinale nel 5-2 conclusivo, risultato che venne numericamente replicato nella finale di Stoccolma, con una doppietta ed una rete che rimarrà storica nella storia del calcio, uno dei gol più belli di sempre, con la “Perla nera” che fece il sombrero in area al difensore svedese dopo il controllo di petto ed in una frazione di secondo infilò l’estremo scandinavo al volo, prima che la sfera ricadesse a terra, in una partita in cui era stato proprio Liedholm, con una rete in apertura, ad illudere i padroni di casa, facendo temere una nuova sconfitta in finale ai verde-oro, che ancora ricordavano il “Maracanazo”.

Anche il Quartetto Cetra celebrò il trio delle meraviglie con il ritornello Vavà- Didi – Pelé, uno dei tormentoni musicali dell’epoca….