Storia dei Mondiali: dal 1974 al 1978, l’Olanda totale e l’Argentina Mundial

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La decima edizione dei campionati mondiali mette il palio la Coppa Fifa, dopo che il Brasile si era aggiudicata la Coppa Rimet in Messico quattro anni prima. I verde-oro appaiono in declino dopo il ritiro di Pelé, la rassegna tedesca mette in mostra la sorprendente Polonia ed il calcio totale dell’Olanda, due nazionali che non partecipavano alla fase finale dal 1938. Alla fine vincerà la solida e pragmatica Germania, trascinata da autentici fuoriclasse quali il portiere Sepp Maier, Beckenbauer campione d’Europa per club con il Bayern al pari del terzino “maoista”, il riccioluto Paul Breitner e con lo straordinario Gerd Muller a finalizzare il gioco dei compagni.

1974: la vittoria della Germania di Beckenbauer

La nostra nazionale arrivò in Germania come sempre tra le polemiche e già all’esordio contro la cenerentola Haiti si materializzarono i fantasmi della Corea: in avvio di ripresa una rete di tal Sanon pose fine all’imbattibilità di Dino Zoff, che raggiunse i 1143 minuti, poi i gol di Rivera, l’autorete di Auguste ed il sigillo finale di Pietro Anastasi misero a tacere temporaneamente le polemiche, alimentate anche dal gesto polemico di Giorgione “Long John” Chinaglia all’indirizzo di Valcareggi al momento della sostituzione. Il pari contro l’Argentina nel secondo incontro, favorito da un’autorete di Perfumo su iniziativa di Benetti, permise agli azzurri di affrontare la temibile Polonia già qualificata con due risultati su tre a disposizione ma Szarmach e Deyna non fecero sconti e resero inutile il gol di Capello nel finale, rimandandoci a casa a spese dell’Argentina.

Nel frattempo anche il Brasile deludeva pur qualificandosi alla fase a gironi, tenuto in piedi soprattutto dalla classe innata di Rivellino, protagonista quattro anni prima ed autentico fuoriclasse dei carioca: una sua fantastica punizione decise il match contro la Germania Est che, nel girone iniziale, aveva sconfitto a sorpresa i cugini occidentali con una rete di Sparwasser.

Intanto l’Olanda insieme alla Polonia produceva gol e spettacolo e dopo aver strapazzato in avvio di torneo Uruguay e Bulgaria proseguiva nel suo calcio spettacolare infliggendo quattro reti alla malcapitata Argentina, con Cruyff “profeta del gol” autore di una doppietta e Rep e Krol a chiudere lo score, per poi regolare la DDR con le stoccate di Neeskens e Rensenbrink. Rinus Michels, santone e guida tecnica degli “orange”, applicò una sorta di 4-3-3, in cui davanti a Jongbloed che spesso agiva da battitore libero per supplire alla manovra offensiva e spregiudicata dei compagni, che difendevano molto alti, schierò due terzini come Suurbier e Krol, autentici attaccanti aggiunti i fase di possesso, con Rijsbergen unico autentico marcatore affiancato da Haan , regista difensivo. Il centrocampo si avvaleva della corsa di Jensen, della saggezza tattica e tecnica di Van Hanegem e della bravura dell’ universale Neeskens, che risultò poi il cannoniere della squadra con cinque centri. In avanti due attaccanti veloci e tecnici come Rep e Rensenbrink affiancavano quel fuoriclasse assoluto di Johann Crujiff, uno dei più grandi calciatori mai visti su un terreno di gioco, un atleta unico che era la stella più luminosa in un complesso che giocava a memoria: squadra alta, applicazione sistematica del fuorigioco , pressing a tutto campo erano il credo della squadra dei Paesi Bassi, che giocarono il Mondiale con le mogli ammesse nel ritiro dei calciatori.

Nella partita decisiva per l’accesso alla finale il Brasile venne surclassato con una ripresa condotta a ritmo vertiginoso e le reti di Neeskens e Crujiff, i due giocatori simbolo degli “orange”, furono il suggello ed il lasciapassare per approdare alla finale di Monaco.
Nel frattempo la Germania, pur non entusiasmando come Olanda e Polonia, proseguiva il suo cammino sospinta da un’intera nazione, Maier si erse a protagonista contro la Jugoslavia prima che i soliti Bretiner e Muller risolvessero il match e nella partita decisiva contro la Polonia una zampata di Muller ad un quarto d’ora dal termine regalò l’atto finale all’undici di Schoen, con i due portieri Maier e Tomaszewski straordinari protagonisti di quella partita, con il portiere polacco che sventò anche un rigore calciato da Hoeness.
E mentre la bellissima formazione dell’Est vinceva la finalina contro il Brasile con l’ennesimo sigillo di Lato, capocannoniere della manifestazione con sette reti, mettendo in mostra autentici campioni come Deyna, Szarmach e Gadocha, tedeschi ed olandesi si preparavano all’atto finale, con Crujiff e compagni favoriti dal pronostico. Pronti via ed il “papero d’oro” s’inventa una slalom da metà campo, salta come birilli i difensori tedeschi e viene abbattuto in area di rigore: inevitabile il penalty decretato da Taylor e trasformato da Neeskens. E’ in questo momento che gli “orange” probabilmente perdono il titolo, credendo che sia tutto troppo facile, irridono gli avversari con una melina stucchevole senza però affondare il colpo del ko e quando Holzenbein penetra in area e viene abbattuto fallosamente il secondo rigore di giornata permette a Breitner di pareggiare i conti. In chiusura di primo tempo Gerd Muller si inventa una giravolta in uno spazio strettissimo all’altezza dell’area piccola, dopo percussione di Bonhof ed infila Jongbloed e nella ripresa la sterile supremazia olandese non riesce a scalfire la granitica difesa teutonica, imperniata su Vogts, Bechenbauer e sul portiere Maier. E la Germania si aggiudica il suo secondo titolo , dopo quello del 1954 e la prima Coppa Fifa.

Il Mundial del 1978

Il “Mundial” del 1978 approda in Argentina e si ripropone dal punto di vista politico una situazione simile a quella del 1934 con il torneo organizzato in Italia: il colpo di stato del 1976 aveva portato alla dittatura del generale Videla così come Mussolini guidava la nostra nazione quarantaquattro anni prima e la giunta militare non poteva accettare un risultato diverso dalla vittoria che puntualmente arrivò , regalando ulteriore prestigio al regime militare dei colonnelli.
L’Italia di Enzo Bearzot gioca il miglior calcio e pone le basi per il trionfo spagnolo di quattro anni dopo e finiamo nel girone di ferro con i padroni di casa, la Francia di Michel Platini e la temibile Ungheria. E mentre l’Argentina supera a fatica l’Ungheria denotando carenze nel gioco noi ci sbarazziamo in rimonta della Francia, mettendo in mostra una manovra scintillante e superando lo choc di aver subito lo svantaggio dopo soli 32 secondi, con Lacombe che sfruttò una volata sulla sinistra di Six. Prima Paolo Rossi , schierato a furor di popolo insieme a Cabrini nell’undici iniziale e nella ripresa Zaccarelli firmarono la rimonta e nel secondo match contro l’Ungheria arrivò una vittoria ancor più rotonda contro i magiari, impreziosita dai gol di Rossi, Bettega e Benetti. I padroni di casa faticano viceversa contro la Francia, il vantaggio arriva su rigore concesso generosamente e trasformato da Passarella, pareggia Platini e dopo il nuovo vantaggio dell’undici di Menotti firmato da Luque viene negato un clamoroso rigore per un atterramento di Six.

Nella partita finale del girone contro l’ “Albiceleste” che avrebbe determinato la composizione successiva dei gironi, i ragazzi di Bearzot disputarono una delle più belle prestazioni della storia e nella notte di Baires il lampo di “Cabeza blanca” Bettega, che chiuse il triangolo con Rossi infilando Fillol, ammutolì lo stadio del River Plate: era una nazionale che giocava a memoria, con Gentile che annullò Kempes, Scirea signore della difesa, Benetti diga di centrocampo e che si avvaleva della classe di Antognoni e Causio, della freschezza di Cabrini , del genio di Rossi e della grande esperienza e senso tattico di Roberto Bettega contro un’ Argentina priva di gioco, con i soli Ardiles e Gallego ad emergere insieme a Fillol e Passarella e con Kempes avulso dal gioco e che esploderà di lì a pochi giorni.
Il cammino era stato facile per Polonia e Germania, un Brasile con tanti problemi aveva pareggiato con Svezia e Spagna battendo di misura l’Austria di Prohaska e Krankl che venne sconfitta di misura dai nostri dallo spunto di Rossi, dopo che non eravamo riusciti a superare la Germania nella prima partita del girone finale nonostante un costante dominio territoriale. Intanto l’Olanda aveva maramaldeggiato superando 5-1 l’Austria ed il pareggio con reti della seconda partita contro la Germania permetteva agli “orange” di presentarsi all’impegno decisivo contro di noi con due risultati su tre a disposizione.

Nell’altro girone Kempes si svegliò ed una sua doppietta liquidò la Polonia in declino, in cui sbocciava un giovane talento come “Zibì” Boniek mentre il Brasile superava con tre reti il Perù dell’eterno Cubillas e nella seconda partita brasiliani ed argentini giocarono più a calci che a calcio e non riuscirono a schiodare lo 0-0 di partenza.
Si arrivò alle partite decisive, l’Argentina scese in campo tre ore dopo conoscendo già il risultato del Brasile che aveva superato per 3-1 la Polonia ed il 6-0 contro il Perù destò non pochi sospetti per l’arrendevolezza con cui gli andini si consegnarono agli avversari, permettendo ai padroni di casa di terminare in testa al girone per la differenza reti.

Tornando a noi contro l’Olanda avevamo l’ obbligo di vincere per giocare la finalissima, in avvio i ragazzi di Bearzot parvero riacquistare la verve parzialmente perduta contro Germania ed Austria: passammo in vantaggio per un’autorete di Brandts che anticipò Bettega, sfiorammo più volte il raddoppio ma in avvio di ripresa una conclusione casuale ed in caduta dalla distanza dello stesso Brandts riportò in parità la contesa e quando Arie Haan a tredici minuti dalla fine infilò Zoff con una conclusione dalla lunga distanza i nostri sogni svanirono, consegnandoci alla “finalina” contro il Brasile che perdemmo ancora, dopo il vantaggio firmato Causio, per altre due conclusioni da fuori area di Nelinho e Dirceu , con la Gazzetta che titolò: “ Zoff ci condanna”….

L’atto conclusivo in un “Monumental” ribollente di tifo e coriandoli sancì il trionfo dell’Argentina dei colonnelli, con Videla trionfante a consegnare il trofeo a capitan Passarella, una cui gomitata fece saltare due denti a Neeskens che era la stella di una nazionale in ricostruzione dopo l’addio della stella Cruyiff. Fillol tenne a galla l’undici di Menotti che si portò in vantaggio con una caparbia azione di Kempes. A dieci minuti dal termine la pressione olandese venne premiata dall’inzuccata di Nanninga ma la maledizione degli “orange” mai vincenti ad un mondiale si verificò al novantesimo, quando la conclusione di Rensenbrink si stampò beffardamente sul palo, negando all’Olanda la conquista di un titolo che avrebbe ampiamente meritato per quanto aveva fatto vedere sui campi di calcio negli anni precedenti, con la rivoluzione del suo calcio totale.
Nei tempi supplementari la criniera di Mario Kempes divenne il simbolo del trionfo sudamericano, segnando il 2-1 ( e vincendo la classifica marcatori con sei centri), poi rimpinguato dal sigillo del futuro giocatore della Fiorentina, Daniel Bertoni.