Storia dei Mondiali: dal 1962 al 1970 dalla Corea alla partita del Secolo

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Nel 1962 il Brasile bissa il successo in Svezia e s’impone in Cile in un torneo caratterizzato da un clima agonisticamente troppo elettrico, con partite condizionate da arbitraggi sfacciatamente casalinghi.

Storia dei Mondiali: il bis del Brasile

Ne fece le spese anche la nostra Nazionale, che poteva annoverare tra le sue fila giocatori di grande tecnica quali Gianni Rivera e gli oriundi Altafini e Sivori: guidati dal duo Paolo Mazza e Giovanni Ferrari gli azzurri vennero inseriti in un girone ostico, con la Germania, la Svizzera ed i padroni di casa . Dopo l’esordio senza reti contro i tedeschi arrivò il giorno della partita contro il Cile, poi ribattezzata “Battaglia di Santiago”: a sorpresa due giocatori di grande classe e talento quali Rivera e Bulgarelli rimasero in tribuna ed il match fu subito una guerra a tutto campo, con i giocatori cileni impuniti ed i nostri invece sanzionati senza pietà dall’ineffabile direttore di gara, l’inglese Aston, che dopo soli sette minuti espulse Giorgio Ferrini, trascinato fuori dal campo dai carabinieri che lo circondano in un’immagine che ha fatto epoca. David, colpito al volto da un pugno di Sanchez che viene graziato dal direttore di gara, si vendica poco dopo sul cileno e guadagna pure lui la via degli spogliatoi, con Sanchez che ruppe il naso a Maschio, che rimase in campo per onor di firma. La resistenza dei nostri durò fino a 17’ dalla fine, quando Ramirez siglò il vantaggio della “Roja” e poco dopo Jorge Toro con un tiro dalla distanza mandò definitivamente l’Italia all’inferno ed il 3-0 contro la Svizzera, con una doppietta di Bulgarelli ed il gol di Mora , fu inutile ai fini della qualificazione alla fase successiva.

Un mondiale in cui si verificarono molti infortuni eccellenti, l’attesissimo Pelé si stirò e finì anzitempo il suo torneo, il grandissimo portiere russo Yashin finì ko per un intervento proditorio dei soliti cileni che eliminarono i russi nei quarti, ancora aiutati dall’arbitro di turno. Un mondiale che mise in luce tante stelle, quali i brasiliani Garrincha ed Amarildo, che sostituì degnamente l’infortunato Pelé, l’ungherese Florian Albert, gli inglesi Bobby Charlton e Moore, gli spagnoli Puskas, Di Stefano, Suarez e Gento. La corsa del Cile si fermò in semifinale di fronte al Brasile per 4-2 in un ennesimo match durissimo in cui fu espulso Garrincha che era stato il protagonista di una partita straordinaria nei quarti di finale contro l’Inghilterra, ridicolizzando con le sue finte il terzino Wilson e decisivo per il 3-1 finale.

Mane Garrincha, dal nome di un uccello tropicale , un nomignolo che gli fu assegnato per la sua andatura che ricordava appunto quella del volatile, il numero sette verde-oro fu il protagonista assoluto di quel mondiale: sposatosi a quindici anni e presto con sette figli a carico si innamorò successivamente della soubrette Elsa Soares e la sua vita dissoluta terminò nel 1983 quando morì grasso, solo ed alcolizzato in un ospedale psichiatrico.

In finale il Brasile trionfò superando la sorprendente Cecoslovacchia, trascinata all’atto conclusivo dalle straordinarie parate del suo portiere Schroiff, numero uno dello Slovan Bratislava. I cechi si portarono in vantaggio con Masopust, pallone d’oro l’anno successivo ma Amarildo, Zito e Vavà consegnarono la seconda coppa ai carioca , che affiancarono Italia e Uruguay nell’albo d’oro con due trofei conquistati.

Il 1966: la “Corea” azzurra

Nel 1966 i mondiali sbarcarono nella patria del calcio e gli inglesi, come spesso accaduto agli organizzatori, si avvalsero di alcuni arbitraggi favorevoli e fecero quindi valere il fattore campo, al di là di una formazione di grande spessore. Le due grandi delusioni furono l’Italia ed il Brasile. I nostri, guidati da “Mondino” Fabbri , tecnico che aveva condotto il Mantova nella massima serie, si presentarono con grandi aspettative al Mondiale inglese, forti di risultati rotondi e prestazioni convincenti.

Il primo impegno contro il Cile fu la rivincita della sconfitta di quattro anni prima, Mazzola e Barison regolarono i sudamericani senza brillare e nel secondo incontro la Russia vinse con il minimo scarto grazie all’acuto di Cislenko.

Arrivò il giorno della più cocente disfatta della storia della nostra nazionale, a Middlesborough un dentista coreano, Pak Doo Ik, ci spedì a casa con un destro dal limite che trafisse il nostro portiere Albertosi, con gli azzurri che dilapidarono cinque palle gol clamorose e giocarono in dieci (le sostituzioni non erano consentite) gran parte del match per l’infortunio al ginocchio di Bulgarelli. Il ritorno a Genova della nostra spedizione terminò tra gli insulti ed un fitto lancio di pomodori…

Il mondiale dei campioni in carica del Brasile cominciò con una vittoria contro la Bulgaria ma la stella Pelé venne proditoriamente azzoppato e fu costretto ad uscire dal campo, saltando la seconda partita del girone , una delle più belle della manifestazione, contro l’Ungheria che, sconfitta nel turno inaugurale dal Portogallo di Eusebio, vinse con un rotondo 3-1, trascinata da una sontuosa prestazione del suo talento, Florian Albert.

Pelé rientro nella terza e decisiva partita contro i lusitani , venne colpito subito duro ed il Portogallo non fece sconti imponendosi 3-1 con doppietta dello scatenato Eusebio.

L’Inghilterra si era affidata a Sir Alf Ramsey che aveva allestito una formazione con grandi campioni, su tutti Bobby Charlton, uno dei superstiti della tragedia aerea di qualche anno prima che aveva decimato il Manchester United. In porta giganteggiava Gordon Banks, con l’elegante Bobby Moore schierato davanti alla difesa e con Nobby Stiles , “il brutto anatroccolo”, a mordere le caviglie degli avversari , un mediano terribile sdentato e con le lenti a contatto che fu preposto a marcare a uomo il giocatore più pericoloso degli avversari. In avanti esplose come finalizzatore Geoff Hurst, supportato da Ball, Hunt e Peters: davanti ai centomila di Wembley che intonavano “When the saints go marching in…” i bianchi leoni pareggiarono 0-0 all’esordio contro l’Uruguay.

Due giocatori si misero in grande evidenza facendo le fortune delle rispettive nazionali: nella vittoria per 4-0 nei quarti contro un Uruguay ridotto in nove uomini il mondo calcistico conobbe Franz “Kaiser” Beckenbauer , atleta dal grandissimo talento e con grande visione di gioco inserito in una squadra di alto livello, dove brillavano il difensore Schnellinger e la mezzala Helmut Haller, protagonisti nel campionato italiano, oltre al regista Overath ed al temibile attaccante Uwe Seeler.

La vittoria in semifinale per 2-1 contro la Russia con le reti di Haller e Beckenbauer permise alla “Mannschaft” di approdare in finale.

L’altra stella che brillò di luce propria fu il mozambicano Eusebio, capocannoniere della manifestazione con nove reti in sei partite e capace di segnare ben quattro gol nei quarti contro la Corea del Nord che ci aveva eliminati: dopo 25’ gli asiatici erano avanti per 3-0 ma alla fine lo score recitò 5-3 per i lusitani con il poker del centravanti, il cui gol non bastò per evitare la sconfitta nell’altra semifinale contro i padroni di casa, a segno due volte con Bobby Charlton.

Inglesi e tedeschi si presentarono all’atto finale e la partita prese una brutta piega per i padroni di casa, con il rapido vantaggio tedesco di Helmut Haller, prontamente pareggiato da Hurst. Ci fu sostanziale equilibrio fino al 77’ quando Peters segnò la rete del 2-1 per i sudditi di sua maestà ma la proverbiale tenacia tedesca permise a Weber di siglare il 2-2 al novantesimo.

Nei supplementari, al centesimo minuto di gioco, l’episodio che fece scorrere fiumi di inchiostro : il destro di Hurst superò Tillkowski , colpì la traversa e ricadde nei pressi della linea e chiaramente in campo ma il direttore di gara Dienst, su segnalazione del guardalinee, il russo Bakramov, concesse il più famoso dei gol fantasma mai realizzati che consegnò la coppa agli inglesi, con Hurst che nel finale segnò la tripletta personale e con il capitano Bobby Moore che ricevette raggiante la statuetta del trionfo dalle mani della Regina Elisabetta.

1970: Italia-Germania 4-3

L’edizione del 1970 in Messico assegna definitivamente la Coppa Rimet al Brasile, che la vincerà per la terza volta nella sua storia (nell’arco di dodici anni). E’ il mondiale del “match del secolo”, quell’Italia-Germania che il 17 giugno all’Azteca consegnerà alla leggenda calcistica la nazionale guidata da Ferruccio Valcareggi, una partita ricordata da una targa nello stadio messicano. Un mondiale disputato con i problemi legati all’altura, la nostra squadra aveva vinto due anni prima il Campionato Europeo ma partì tra le polemiche e nello scetticismo generale, con il tecnico contestato e con la difficile coesistenza tra Mazzola e Rivera, che Valcareggi risolse con la famosa staffetta tra i due capitani di Inter e Milan.

All’esordio un tiraccio di Domenghini piegò la resistenza della Svezia e fu quella l’unica segnatura della prima fase, con due pareggi in bianco nei successivi incontri contro Uruguay ed Israele, con gli azzurri che approdarono ai quarti facendo storcere il naso per un gioco non certo scintillante. Nella partita contro Israele si verificò la “gaffe” di Niccolò Carosio che se la prese con un guardialinee etiope, reo di aver annullato due nostre reti, un caso probabilmente creato sul nulla ma che decretò la fine della carriera del popolare telecronista, sostituito dalla Rai nella partita successiva con Nando Martellini.

Nel girone di Guadalajara diede spettacolo il Brasile stellare, che schierava un quintetto d’attacco da far tremare gli avversari: Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelé e Rivellino. I sudamericani strapazzarono Cecoslovacchia e Romania e sconfissero con il minimo scarto anche i campioni uscenti dell’Inghilterra grazie ad una splendida rete di Jairzinho, funambolica ala destra dei verde-oro, in una partita che vide la strepitosa parata di Gordon Banks sulla schiacciata di testa di Pelé, quella che entrerà nella storia come “la parata del secolo”.

Nei quarti di finale gli inglesi si arresero ai supplementari alla Germania che vinse 3-2, dopo essere stata sotto per 0-2 fino a 23’ dalla fine: Beckenbauer, Seeler e Muller furono i protagonisti della rimonta, con il piccolo centravanti che s’impose all’attenzione generale per la sua straordinaria capacità di tramutare in oro ogni pallone che transitava nell’area avversaria, vincendo la classifica dei cannonieri con dieci reti, seguito dal brasiliano Jairzinho a quota sette. Nelle altre partite l’Uruguay superò con il minimo scarto l’Urss mentre il Brasile grazie ad una doppietta di Tostao ed alle singole di Rivellino e Jairzinho eliminò l’ottimo Perù trascinato da una altra stella della manifestazione, Teofilo Cubillas, a segno in cinque occasioni.

L’Italia vinse largo contro i padroni di casa , con il Messico che si portò in vantaggio i avvio ma prima Domenghini, la cui conclusione venne deviata nella propria rete da Pena e successivamente Rivera e Riva con una doppietta proiettarono Facchetti e compagni alla semifinale contro la Germania.

E pensare che senza quella spaccata sottomisura del tedesco del Milan Schnellinger quando il novantesimo era scaduto da oltre due minuti quel match non sarebbe entrato nella leggenda: l’Italia era andata in vantaggio in avvio con una conclusione dal limite di “Bonimba” Boninsegna che trafisse Maier. Da lì iniziò una lunga rincorsa dell’undici di Helmut Schoen al pari, concretizzatasi come detto solo sul filo di lana, quando si aspettava il triplice fischio del giapponese Yamasaki.

Nei supplementari l’inerzia della partita sembrò pendere da subito verso i bianchi: Gerd Muller approfittò di un’indecisione tra Albertosi e Poletti e la sfera terminò lentamente nella nostra porta. Sembrava la fine, abbiamo ancora negli occhi lo stoicismo di Beckenbauer, che giocò gran parte della partita con un braccio legato al collo per una lussazione alla spalla, la grinta di Uwe Seeler, la rapacità di Gerd Muller.  Ma arrivò un difensore arcigno come Tarcisio “Roccia” Burgnich , spintosi insolitamente nell’area avversaria, ad infilare con il sinistro dall’altezza del dischetto e poco dopo l’acuto di “Giggiriva”, il “Rombo di tuono” di Leggiuno di breriana memoria, che con il suo leggendario sinistro pescò l’angolo lontano di Maier.

Ma non era finita perché il secondo tempo supplementare ci regalò ancora tante emozioni, nella notte italiana ( per il fuso orario la partita cominciò a mezzanotte e tutta l’Italia seguiva trepidante la partita ..) e Gianni Rivera , “l’abatino”, divenne protagonista nel male e nel bene: prima non riuscì ad intercettare l’inzuccata di Muller che valse il tre pari, con Albertosi che lo insultò platealmente per non essere riuscito a rinviare all’altezza del palo. L’immagine del “Golden boy” aggrappato al legno della porta vanamente difesa è ancora nei nostri occhi, ma in pochi secondi la rabbia diventa gioia sfrenata ed estasi collettiva. “Bonimba” scavalla sulla sinistra, mette in mezzo la sfera ed all’altezza del dischetto chi spunta? Proprio lui, Gianni Rivera, che con un piatto destro in corsa batte un rigore in movimento, spiazza Maier e lo infila sul paletto di destra.

“Vinciamo, vinciamo, vinciamo!!!” è la voce sconosciuta che entra nel microfono di Martellini che alle due di una notte radiosa e tanto italiana decreta il nostro trionfo.

Nell’altra semifinale intanto il Brasile supera con qualche difficoltà la coriacea resistenza dell’Uruguay che si affida a Mazurkiewicz, uno dei portieri più forti dell’epoca. In quel match Pelé sfiora un gol “impossibile” che sarebbe entrato nella storia ma, dopo il vantaggio della “Celeste” di Cubilla, Clodoaldo, Jairzinho e Rivellino consegnano la finale all’undici di Zagallo.

Il 21 Giugno , agli ordini del Signor Glockner, il Brasile vince meritatamente questa edizione del mondiale, contro un’Italia scarica psicologicamente e fisicamente dopo la leggendaria prestazione di quattro giorni prima. Pelé sale in cielo ed infila di testa Albertosi dopo diciotto minuti, i nostri sul finire del tempo approfittano della solita leggerezza difensiva carioca per pareggiare con Boninsegna ma nella ripresa va in scena il monologo di Pelé e compagni, che vanno a segno in rapida successione con Gerson, Jairzinho ed il terzino Carlos Alberto, al termine di una spettacolare azione in linea della formidabile squadra brasiliana, con il tocco “no look” di Pelé per la stoccata finale del compagno. Una partita che comunque lascerà molte polemiche, per i sei minuti finali concessi a Rivera che sembrarono un affronto al miglior giocatore del calcio italiano.