9 Settembre 2010 Genova
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VERSO GENOVA. LAMPI DI CALCIOPOESIA

di Alberto Brambilla
 
Si perdono nelle viscere del Tempo i legami tra scrittura ed attività agonistica; con tante, troppe variabili e connotazioni così diverse da risultare impossibile fissare un quadro anche solo parzialissimo. Dobbiamo accontentarci perciò di frammenti, lampi nel buio, anche se di necessità restrigiamo il nostro campo di gioco, che sarà limitato a calcio e a poesia. Dunque solo gecal32accenni, assaggi, finte, dribblings secchi o solo tentati; qualche rara sgroppata, due o tre scatti, come si suol dire, dimostrativi, forse qualche tiro in porta. Incominciamo. 
Certo, si potrebbe partire da lontano, dal gioco della palla di Nausica, cronista tale Omero, ma noi non vogliamo aprire altre millenarie questioni. Si tramanda qualcosa di Bacchilide, non so se ci siano accenni eupallici nelle 14Odi Olimpiche di Pindaro, primo cantore di sport. Ma erano altri tempi, altri mondi, come quelli calcati da Virgilio, Orazio, Tibullo,Properzio, che forse sacrificarono qualche verso a sfere simili a palle o ad antiche podomachie. Saltiamo secoli senza rimpianti, prima e dopo la proibizione di Teodosio di celebrare i giochi olimpici, ormai lontani dalla nuova cultura e dalla nuova fede.Il Medio Evo non è un’età buia, lo sappiamo, ma risaliamo in fretta sulla nostra macchina del tempo, Alto, Basso Medioevo, Umanesimo, Rinascimento... il calcio fiorentino, quello sì celebrato con dovizia di versi, ma sono troppo violenti quei toscani, sempre a scazzottarsi, fanno così dal periodo comunale (e anche prima). 
Poco ci importa qui del gioco del pallone praticato col bracciale, che fu però svago popolare, come ricordano toponimi sparsi negli angoli del bel paese, vie del pallonetto e del pallone, fino alla magnificenza degli sferisteri, che fanno impallidire gli odierni palazzetti o palazzotti o palasport. No, non posso trascurare Giacomino Leopardi: è d’obbligo nella ricorrenza della sua nascita (1798!) la citazione A un vincitore nel pallone, mentre erano palloni ancora più distanti dal nostro amato football quelli evocati dall’inossidabile Vincenzo Monti, in favore del signor di Montgolfier. 
Riprendiamo il viaggio e schiviamo gli anni che ci vengono incontro come proiettili o come le gambe-scimitarre di un difensore-macellaio che roteano nell’aria in attesa di garretti eleganti da abbattere senza pietà. Trascuriamo altri poeti di sport non calcistici (salvo errore) come Vittorio Betteloni, Lorenzo Stecchetti, persino Giovanni Pascoli, disposto a farsi incantare da una bicicletta, come altri poeti-ciclisti emiliano-romagnoli, che già preparavano l’avvento di Pantanik. 
Intanto tutto è cambiato, dal nostro finestrino il panorama è assai diverso, ne abbiamo fatta di strada, anche se all’altezza del 1896, ad Atene, abbiamo visto strani attori che giocavano ancora alle Olimpiadi. Veloci come le automobili dei futuristi, ancor più come i loro aerei dai mille colori, sorvoliamo anche noi Vienna insieme al divino Gabriele e infine ci dirigiamo ai mari del Sud e planiamo verso l’amata Trieste, da qualche anno strappata agli austriaci. Trieste, profumo di James Joyce, di Svevo (morto in un incidente automobilistico), dei lettini di cuoio dei seguaci di Sigmund Freud, Trieste sospesa tra mare e monti, razionalità e inconscio.In un tripudio di bandiere tricolori, balziamo al 1934, anno della prima vittoria italiana ai Mondiali, ma anche anno di pubblicazione delle Cinque poesie per il gioco del calcio, composte dall’ebreo triestino Umberto Saba. 
Questi testi sono davvero una pietra miliare e segnano il superamento dell’aristocratico distacco degli intellettuali dallo sport. Tutti conoscono quei componimenti, molto citati, in cui Saba fonde mirabilmente il tempo privato con quello pubblico e trova nel tifo per gli alabardati triestini quel caloroso affetto che la vita gli aveva negato.Ma quei testi sopportano molte altre domande e dischiudono nuove letture. Saba, che respirava nelle vie di Trieste la psicoanalisi, in quei semplici versi già prospettava o comunque legittimava interpretazioni successive; come quando si accorgeva che dietro la squadra paesana c’erano “antiche cose meravigliose”, oppure allorché chiamava “sentinella” il portiere alabardato, e gli attacchi avversari “pericolo” o, con un termine più pregnante e impegnativo, “offesa”. 
Dopo Saba la poesia, la letteratura potevano finalmente occuparsi di calcio senza pericoli, tanto più allora, che l’Italia di Vittorio Pozzo e Mussolini era in procinto di conquistare un altro Mondiale.Il calcio però non fu solo occasione di celebrazione, ma col passare degli anni divenne un baule prezioso, ricco di simboli e metafore a cui poter attingere con la massima libertà. E così fecero e fanno in molti, con alterne fortune; si potrebbe abbozzare una formazione di calciopoeti: Giorgio Caproni, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis; Gilberto Finzi, Alfonso Gatto, Franco Manzoni, Antonio Porta; Roberto Sanesi, Vittorio Sereni, Carlo A.Sitta, Valentino Zeichen... E dall’altra parte almeno altri undici, con nutrite panchine. 
Dall’uno all’altro mare. Dopo Trieste, una delle patrie storiche del football, Genova, anch’essa sospesa tra acqua e terra, tra il blu del mare e il rosso delle sue case, e delle colline circostanti (o forse, direbbe qualcuno più dotato, la scia delle camicie garibaldine, in partenza da Quarto). Rimpiango che il ligure-piemontese De Amicis, attento sportofilo non abbia speso una riga per il Genoa Cricket and Football Club, ma era troppo preso dalla bici e dal pallone elastico. E poi divenne troppo tardi, l’attendeva presto, quando il football incominciava a crescere, un appuntamento irrinunciabile. Come quello celebrato dal comasco Bruno Perlasca che nella poesia L’inganno della prospettiva ricorda, tra gli altri, Claudio Casanova (1895-1916), terzino destro del Genoa morto per la patria dopo aver esordito, giovanissimo, in azzurro. Altri non liguri hanno onorato la maglia rossoblu, come ad esempio il viareggino Cesare Garboli, che nel 1973 scrisse versi cosiffatti: “... E me ne vado sazio, assai distratto/ sotto la pioggia fina,/ a sostenere il Genoa/ contro la sciocca Lazio./ Foste voi le prime maglie/ ch’io vidi sopra il prato a righe bianche,/ rossoblu, foste voi il primo/ sospetto che la vita fosse l’arte”. 
Furono quelle delle figurine Panini le prime maglie che invece vidi io, assatanato calciodipendente, e ancora mi tornano alla mente se sfoglio quei vecchi album troppo grandi, che un giorno sapevano di colla di farina (e poi, con il progresso, di mandorle). Un altro album ideale del calcio che fu (e che è), l’ha realizzato Fernando Acitelli, addirittura impegnato in una “Storia poetica del calcio mondiale”, come recita il sottotitolo della sua raccolta La solitudine dell’ala destra (Einaudi 1998). Ivi si legge anche di alcuni campioni già celebri sotto la Lanterna e poi partiti per lidi più propizi (GigiMeroni, Bruno Conti, Roberto Pruzzo, Roberto Mancini, Gianluca Vialli...); ma desta maggior stupore il monumento eretto al centravanti blucerchiato Ermanno Cristin, che ben fotografa un periodo forse di magra, ma di non minore passione e che però merita una completa citazione: 
 
L’eterna nuvola su Marassi 
è l’anticamera della serie B. 
Da queste parti a maggio 
la penultima di campionato 
è un eterno spareggio. 
Bernardini ha mischiato le carte 
e, letta la formazione, parla a Cristin 
come a un figlio. Pare mister Garbutt 
a inizio secolo. 
A dribblare nel fango non basta, 
così di stinco al novantesimo, 
con in aiuto un lapillo, segna Cristin 
che poi ringhioso esulta verso i popolari.

La presunta avarizia ligure non ha comunque impedito di offrire qualche storta sillaba al gioco più bello del mondo. Sì, Franco Loi, nato a Genova, ma presto rifugiatosi sotto il Duomo ha cantato in milanese il suo malinconico sogno del calcio d’un tempo (“Dàj, Naca,Naca, scarta su l’Pinella.../ E passa, passa! Fa no el venessian.../ Uhi, magna balun, rassa d’un Vilchers!/ te védet no che m’àn impachetà?”).Ma lo spezzino Giovanni Giudici, già provato con scarsi esiti da Bearzot come stopper (dietro suggerimento di Gianni Brera, lo racconta in un suo componimento) non ha saputo resistere al fascino della squadra cara al suo cuore e alle “fanciulle / con rosse e azzurre vesti che sul seno / ostentavano il balzo del Grifone” (Nella città d’Ilaria). 
Ci ha pensato comunque il genovese (di Voltri) Nicola Ghiglione (1915-1990) a tenere viva la passione, generosamente illustrando con i suoi versi le fatiche, le magie e le illusioni nel suo postumo Lunarietto sportivo (De Ferrari 1993), in cui troviamo ben sei componimenti dedicati al calcio; senza puntuali caratterizzazioni “genovesi”, ma ricchi di connotazioni esistenziali e metafisiche (come nella lirica dedicata al portiere: “Hai più sentito nella presa di un pallone il senso oscuro della vita la vittoria che geme sul salterio di un prato che fu verde?”). 
In questa stessa tradizione si inseriscono altri genovesi illustri, che (con gli interrogativi e i desideri di oggi) riflettono sulle lontane radici del Genoa, come accade a Giorgio Calcagno nella poesia Caricamento (nella raccolta La tramontana di Mavecca, Edizioni S.Marco dei Giustiniani 1991), che volutamente affastella ricordi e domande senza risposte; fino alle ultime prove di Edoardo Sanguineti, che ci riprecipita con dolceamara ironia al 1898, anno del primo scudetto e della strage milanese ordinata dal macellaio Bava Beccaris. A ricordarci che il calcio è storia, uomini, affetti, memorie. 
E anch’io quando ascolto Paolo Conte che canta de Zena, del suo mare, con lo sguardo colmo di stupori e aspettative, ricordo con malinconia le pagine del filogeoano dichiarato (autonominatosi protostorico rossoblu nella Storia critica del calcio italiano), il bassaiolo Gianni Brera, con i suoi dissennati amori infantili; e, più tardi, quando dall’alto concedeva previsioni meteoropsichichepedatorie, che avevano in Macaia la divinità prediletta. 
Qualche ultrà sampdoriano, geloso di tanti calcioversi rossoblu, potrebbe a ragione quasi offendersi e poi contrapporre alle parole del Gioânn e degli altri palabratici i colpi di tacco di Mancini o i dribblings di Vialli; “quella è vera poesia”, direbbe, magari appoggiandosi ad un testo autorevole come il Manualetto del calcio sognato di Vito Riviello (Tracce, 1992). E poi ci zitterebbe, vecchi e nuovi genoani, con la recitazione dell’undici magico e vincente (Pagliuca, Mannini, Katanec; Pari, Vierchowod, Lanna; Invernizzi, Lombardo, Vialli, Mancini, Dossena). Quella formula evoca una squadra che si muoveva con ordine e fantasia, potenza e velocità; come endecasillabi perfetti in una trama da scudetto.
 
18:16 04/03/2010

 
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