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COLLEZIONISMO CHE PASSIONE
di Claudio Bertieri Dagli schizzi essenziali, tracciati in epoche lontane, dalla spigliata matita di Carlin, felici e freschi nella loro misurata deformazione caricaturale, alle figurine Panini affidate alla piatta riproduzione fotografica. Da una affannosa ricerca/scoperta, conseguente all’obbligato trangugiamento di caramelle e tavolette di cioccolata, alla normalità di un rapido acquisto fatto in edicola. Tra questi due poli, opposti e lontani nel tempo, si colloca il lungo e mosso cammino del collezionismo calcistico. Di una passione che ha sicuramente coinvolto più generazioni e, per così dire, ha anche vissuto le tappe di una costante trasformazione merceologica. O, se si preferisce, tecnologica. È vero infatti che un po’ tutti i materiali – dal cartoncino alla latta, dalla celluloide alla carta fotografica, ad altri tipi di supporto – si sono prestati affinché gli affermati protagonisti della domenica stadiaiola potessero divenire patrimonio personale di ragazzini e di adulti. Comunque, di ferventi sostenitori di un certo colore sociale – nel nostro caso, del rossoblu o del blucerchiato – intenzionati a mettere assieme un coacervo di testimonianze, e quindi di immagini, a futura memoria di una vicenda agonistica profondamente sentita. E, quel che più conta, intensamente vissuta, giorno dopo giorno, proprio affidandosi ad un privato, prezioso museo. Un fondo memorialistico, nel quale appunto si mischiano piccoli rettangoli di carta, pezzi di stoffa, oggetti di metallo, curiosità d’ogni tipo e materiale. Apparentemente, una congerie disordinata di figurine, medaglie, cartoline, fotografie, gagliardetti, distintivi, gadget e quant’altro è possibile trovare (e raccogliere). Nella realtà, una ben ordinata e articolata collezione, che ovviamente segue il gusto, le preferenze, i ragionamenti, l’estro di chi quasi quotidianamente la coltiva, l’integra, la rende sempre più caratterizzata. Per quanti restano estranei a siffatti proponimenti, e non quindi provano interesse –o almeno curiosità– per tanta fatica e applicazione, il mettere assieme le davvero infinite pedine di un gioco in costante divenire può risultare impresa di scarso conto, una dispersione di tempo –denaro– passione, che potrebbe recare a tutt’altri esiti. È vero, al contrario, che “quel” materiale tanto amorevolmente raccolto può raccontare –ed in maniera oltremodo affidabile – più di una storia. Quindi, non soltanto quella strettamente localistica ed agonistica del soggetto prescelto, bensì le diverse vicende che ad esso si connettono e di cui egli è testimone (diretto od indiretto, poco conta) o, per ulteriore verso, tramite o supporto vantaggioso. Salta infatti immediatamente all’occhio come le raccolte riservate alle compagini cittadine e, non meno, a quelle di squadre nate nelle attuali delegazioni (un tempo, invece, piccoli comuni autonomi, con una propria, precisa identità socioculturale), possano fornire utilissimo materiale onde riagguantare il trascorso per ricostruire il mutare dei costumi lungo il trascorrere delle stagioni. E non si intende, è chiaro, alludere soltanto allo spunto per indirizzare l’attenzione verso quegli aspetti che più propriamente attengono al fatto sportivo: il lento trasformarsi dell’abbigliamento, l’abbandono di certe casacche, una attrezzatura di gioco (ginocchiere, guanti, scarpe) in costante aggiornamento. Penso, piuttosto, alle verificabili testimonianze dei comportamenti sociali che hanno accompagnato la trasformazione dell’epoca dei pionieri, sui campi di San Gottardo, della Cajenna, di Piazza d’Armi, in momenti sempre più accentuati ed accaldati di partecipazione popolare. Ecco allora risaltare nettamente i gradi progressivi di avvicinamento che possono condurre all’odierna immagine delle tifoserie radunate nel “Luigi Ferraris”. Non certo trascurando, altro elemento di indiscutibile interesse, gli aspetti “esteriori” della partecipazione dei “supporters”. Dagli umili e semplici manifesti a grandiose, rallegranti scenografie spettacolari. Da timide scritte col gesso sui vagoni ferroviari, per una storica trasferta genoana d’avvio, alle movimentate coreografie di una folla avvoltolata nei colori sociali. L’accenno al fatto grafico, alla visualità, come oggi si definisce, porta per immediato riflesso e conseguenza a riprendere le immagini di cui s’è detto all’inizio. Figurine, cartoline, depliant, elaborati cartacei di ogni tipo, raccontano anch’essi, e con altrettanta evidenza, il cammino che l’immaginario sportivo ha percorso nel volgere di parecchie decadi. Non scriviamo nell’arco di un secolo, giacché i materiali di cui si parla non risalgono a tanto addietro, ma possiamo in tutta tranquillità sottolineare come settant’anni (e forse qualcuno in più) siano necessari per risalire alle prime fonti. Alle preziose icone che iniziano ad identificare un nuovo versante della comunicazione sportiva. Di sicuro non ancora sviluppato in modo scientifico da parte dei gerenti industrial/commerciali, ma già da essi avvertito come un canale diffusorio in rapida intensificazione. Non sarebbe allora onesto ignorare, in questo ambito, un’attività imprenditoriale genovese che al collezionismo calcistico diede sostanzioso contributo. Il nome è quello della ditta Giuseppe Grasso, premiata fabbrica di bilance e pesapersone. È appunto a questa sua seconda specializzazione che sono legati quei rettangoli colorati di robusto cartoncino che, tra la fine degli anni Venti ed i Quaranta, venivano consegnati da solide macchine distributrici (al costo di centesimi 20), collocate in diverse strade, a quanti intendevano controllare il proprio peso. Un lacerto, questo, di vita cittadina ormai scomparso, ed anch’esso strettamente connesso a comportamenti e costumi legati al passato prossimo. Che qualche ragazzino intraprendente riuscisse poi a fare emettere dall’imponente e pur aggraziata bilancia diversi talloncini, senza però pagarne il prezzo, è in tutto scontato. Com’è scontato che questi dovessero quindi finire a far parte di quei contestati scambi, o confronti di lancio contro un muretto, per meglio rimpinguare quello schieramento di aitanti giovanotti –al tempo, per lo più in maglia rossoblu– che costituivano l’impagabile capitale collezionistico di ogni tifoso in età verde. Certo ben diverso era il fascino (e la qualità) dei lavori del genovese “Chin” (al secolo Enrico Castello), nelle cui composizioni pittoriche il calcio s’intrecciava agli stilemi del secondo futurismo, o di qualche altro artista cittadino, che saltuariamente ritraeva incontri accaniti o campetti di periferia, suggestionato dalla “novità” di un gioco giunto da una terra d’oltremare sempre guardata con particolare consanguineità dagli abitanti del capoluogo. Ma il gusto del collezionare, del mettere assieme minuti feticci della propria idolatria, poco badava (e bada) a siffatte discriminazioni tra l’opera ed il prodotto di consumo. D’altro canto, è pur vero che le memorabilia di genoani o sampdoriani non hanno avuto occasione di incasellare – come è invece accaduto a congeneri club italiani – certificazioni di natura in qualche modo maggiormente pregiata e diffusa. Alle squadre cittadine non è infatti toccato, a differenza di una Roma (un film con Angelo Musco, Cinque a zero) o di un Milan (una pellicola diretta da Mario Camerini, con l’ex calciatore Raf Vallone, Gli eroi della domenica), di calcare i set di Cinecittà. E neppure è capitato di finire sulle tavole del palcoscenico di rivista, come fu per il Napoli di Jeppson, con lo spettacolo La Padrona di Raggio di Luna, messo in scena, con sfarzo di paillettes e lustrini, dalla premiata ditta Giovannini-Garinei. Genoa e Samp, e così altre formazioni cittadine, si sono dovute accontentare di certi litigi radiofonici (che Cesare Viazzi appunto ricorda in queste pagine), piacevoli e seguitissimi, non v’è dubbio alcuno, ma pur sempre rinserrati nell’ambito del localismo. Al pari, d’altro canto delle numerose scenette caricaturali, o di qualche sketch più “cattivo”, che le successive edizioni annuali della rivista allestita dalla compagnia goliardica Baistrocchi hanno ritualmente destinato a quanti sognavano in rossoblu o in blucerchiato. Simpatiche frustate, o vivaci richiami alla realtà, da associare a quant’altro il mondo dello spettacolo genovese – canzoni, cori, filmati, testi – ha riservato ai fedelissimi delle opposte tifoserie. Materiali tutti da non scordare e da accasare opportunamente nelle riservate scuderie del collezionismo. Scriviamo “riservate”, perché è nel diennea della genovesità il tenersi appartati, quasi in un volontario nascondersi. Ma anche perché è in tutto giustificato, e comprensibile, che il sofferto frutto di tante ricerche e di affannosi inseguimenti sia da spartire solamente con quanti ne intendono il senso squisito di insostituibile valore testimoniale.
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