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SAMPDORIA, UN MATRIMONIO D'INTERESSE DEL TUTTO RIUSCITO
di Piero Sessarego
A petto di infinite corrispondenze d’amorosi sensi andate col tempo a ramengo, a oltre mezzo secolo dalla celebrazione si può ben dire che il matrimonio d’interesse fra Sampierdarenese e Andrea Doria sia perfettamente riuscito: e qui gioverà ripercorrerne succintamente la storia.  Il massimo campionato di calcio ’45/’46, primo del dopoguerra, sì disputò in due gironi. In quello settentrionale, a 14 squadre, entrarono di diritto Genoa e Sampierdarenese in quanto già militanti in serie A nel ’42/’43, nonché l’Andrea Doria in virtù del permesso speciale concessole dal presidente della Federcalcio del nord, l’ex arbitro Mauro, per compensarla delle imposizioni subite durante il periodo fascista. Il 13 aprile 1946, a torneo concluso, l’Andrea Doria figurava al 10° posto, il Genoa al 12° e la Sampierdarenese al 14°, cioè all’ultimo, che tuttavia non le costò la retrocessione in quanto a Firenze, nel corso della riunione plenaria per la riunificazione delle Federazioni Nord e Sud, si decise di privilegiare i titoli sportivi acquisiti nel tempo: sicché al nuovo campionato di serie A con 20 squadre a girone unico fu ammessa – insieme con il Genoa – la Sampierdarenese proprio a scapito dell’Andrea Doria. I doriani, che forti delle assicurazioni ricevute in alto loco avevano già acquistato dal Vicenza l’emergente Bassetto per la notevole somma di 3.200.000 lire, dopo aver gridato alla congiura si rassegnarono. La situazione era peraltro imbarazzante. La Sampierdarenese deteneva infatti i1 titolo sportivo ma denunciava una situazione economico-finanziaria allarmante. L’Andrea Doria, priva del titolo, vantava per contro casse decisamente floride; al termine di un primo segreto incontro, il santone rossonero Luigi Cornetto e i1 presidente biancoblù Aldo Parodi convennero che tre squadre di calcio professionistico erano obiettivamente troppe per una Genova intenta a sanare le macroscopiche ferite della guerra e che proprio quella fusione che fu nefasta nel ’28 – perché politicamente coatta – con ogni probabilità avrebbe goduto stavolta di ben più rosee prospettive in quanto sportivamente consensuale.
Detto fatto, dopo svariate assemblee eufemisticamonte definibili movimentate, vinta infine su entrambi i fronti – in nome del comune senso di antigenoanità viscerale – anche la disperata resistenza dei soci oltranzisti si giunse alla Convenzione firmata il 9 luglio nello studio del notaio Bruzzone: e i1 12 agosto 1946, con la sottoscrizione di 17 milioni e mezzo di lire di capitale sociale da parte di Sanguineti, Parodi, Corti, Gambaro e Torresi nacque l’Unione Calcio Sampdoria. Azzurra con fascia bianca e striscia rossonera con stemma crociato di Genova al centro la nuova maglia di gioco. Piero Sanguineti il primo presidente nominato dal Consiglio Direttivo eletto dall’Assemblea. Casse sociali così ben fornite da dar luogo all’immediata nomea di “squadra dei milionari”. Nel mio volume Sampdoria ieri, oggi, domani ho diviso in quattro capitoli il mezzo secolo di storia blucerchiata culminato nella conquista dello scudetto: intitolando appunto alla “Squadra dei milionari” il periodo dal ’46 al ’ 53, all’“Era Ravano” quello dal ’53 al ’61, al “Medio evo” quello dal ’61 al ’79 e all’“Era Mantovani” l’età dell’oro che ha saziato di trofei l’affamata bacheca blucerchiata. Con Giuseppe Galluzzi in panchina e un quintetto d’offesa bello del vivace “Topolino” Fabbri futuro citì della Nazionale all’ala destra, del bomber a1 fulmicotone “Nano” Bassetto, dell’imperioso sfondatore “Pinella” Baldini primo sampdoriano a vestire l’azzurro, della corposa mezzala tuttofare (gol compresi) Fiorini e dell’elegante ala sinistra Frugali, 1a Sampdoria denunciò subito un’irresistibile vocazione alla supremazia cittadina (3-0 al Genoa nel derby d’andata e 3-2 in quello di ritorno) e al gusto dell’exploit (battuto 3-1 il Grande Torino in fuga solitaria verso lo scudetto), nonché un’accentuata propensione al gol che si sarebbe esemplarmente incarnata nel famoso “attacco atomico” Lucentini-Bassetto-Baldini-Gei-Prunecchi: 74 gol in 34 partite – presidente Aldo Parodi, succeduto all’avventuristico e meteoritico Amedeo Rissotto, allenatore Adolfo Baloncieri – all’attivo della Sampdoria finita al 5° posto, alle spalle del poker Torino - Internazionale - Milan - Juventus del campionato ’48/’49. Mentre nel ’51 la giudiziosa cura del vivaio avrebbe fruttato il primo successo blucerchiato nel prestigioso torneo di Viareggio con la Giovanile guidata da Gipo Poggi. Fu peraltro con l’avvento alla presidenza per acclamazione dell’armatore Alberto Ravano (per modifica statutaria da allora fino alla coatta liquidazione dell’Associazione di Persone e alla conseguente istituzione della Società per Azioni, 23 marzo 1967, il presidente non sarebbe più stato nominato nell’ambito del Consiglio Direttivo bensì eletto dall’Assemblea), coadiutato dall’abilissimo braccio destro e factotum Edmondo Costa, detto Gigione, che la Sampdoria fece il salto di qualità, curando amorevolmente il vivaio e guardandosi oculatamente in giro alla ricerca di imberbi talenti da lanciare (Tortul, Ronzon, Bernasconi, Firmani, Sarti, Marocchi, Bolzoni, Vicini, Mora, Tomasin), nonchè puntando sul sapiente recupero di campioni apparentemente passati (Karl Hansen, Mari, Ocwirk, Bergamaschi, Cucchiaroni, Skoglund, Vincenzi, Brighenti) ma all’atto pratico tutt’altro che trascorsi.  E fu così che, affidando successivamente la panchina a Tabanelli, Czeizler, Rava, Amoretti, Dodgin e Baloncieri, la Sampdoria targata Ravano-Costa sfociò nello squadrone dei “Simpatici vecchietti” di Don Eraldo Monzeglio, che nel ’60/’61 conquistò il 4° posto record alle spalle del trio Juventus - Milan - Inter e fruttò a Sergio Brighenti – 27reti – il titolo di capocannoniere. Si sarebbe favoleggiato per vent’anni su quell’undici tipo: Rosin, Vincenzi, Marocchi, Bergamaschi, Bernasconi, Vicini, Mora (Lojodice), Ocwirk, Brighenti, Skoglund, Cucchiaroni.Per rivederne uno simile, in blucerchiato, si sarebbe infatti dovuta attendere la raggiunta maturità della presidenza di Paolo Mantovani. Con l’inopinato abbandono di Alberto Ravano, pressato dai familiari, la Sampdoria si ritrovò purtroppo immersa nel proprio Medio Evo.Un periodo di irreversibile declino, punteggiato da presidenze ambiziose a parole e modestissime nei fatti (Glauco Lolli Gheti salpò dalla promessa di scudetto per approdare all’imbarazzante caso Corti-Catania e all’umiliante spareggio-salvezza col Modena a San Siro); presidenze a dir poco sconcertanti (Enrico De Franceschini festeggiò il ventennale di fondazione con la retrocessione in serie B); presidenze ingenuamente emotive (Armando Salatti risalì trionfalmente in serie A buttando cuore e portafogli oltre l’ostacolo); presidenze simpaticamente furbesche (Vieri e Morini alla Juve in cambio di Benetti e 770 milioni, Benetti al Milan per Lodetti e 400 milioni, Frustalupi all’Inter per Suarez e 150milioni, Sabatini alMilan per Santin e 250 milioni): falso indigente e autentico marpione, l’“Avvocato di campagna” Mario Colantuoni – insieme con Sanguineti e Salatti forzato liquidatore della vecchia Associazione di Persone e fondatore della nuova S.p.A. – mise a segno sensazionali colpi di mercato intanto che fatalmente riduceva all’osso il patrimonio tecnico; presidenze rigidamente austere (Giulio Rolandi); presidenze mortificanti (a Glauco Lolli Ghetti Due riuscì la retrocessione in B soltanto sfiorata 12 anni avanti). Fino alla provvidenziale parentesi del Gigione Costa, che con paziente sapienza favorì l’avvento del messia Paolo Mantovani. Un Medio Evo in cui fra molti responsabili di panchina più o meno illustri (Roberto Lerici, Ernst Ocwirk, Pinella Baldini, Heriberto Herrera, Guidone Vincenzi, Giulio Corsini, Giorgio Canali, Lamberto Giorgis) due si stagliarono nettamente: il compianto Fulvio Bernardini nella seconda metà degli anni Sessanta e Eugenio Bersellini due lustri appresso. Il popolarissimo Fuffo, da me soprannominato Profeta, in gioventù campione finissimo, quindi giornalista extra strong, infine tecnico a 24carati, già vincitore di spettacolari scudetti con Fiorentina e Bologna, si impose a Genova come affascinante Maestro di vita e autentico Dottore in calcio lasciando di sé – romano di nascita e bogliaschino d’adozione – un ricordo indelebile.Mentre l’inflessibile Tedesco di Borgotaro, futuro campione d’Italia alla guida dell’Inter, nonché successivo vincitore della prima coppa Italia della storia blucerchiata, si raccomandò all’attenzione generale – antesignano dei “rombi di centrocampo”, delle “sovrapposizioni sulle fasce” e delle “marcature a scalare” – quale ispiratore di un gioco spumeggiante, a tamburo battente, altamente spettacolare; tant’è che l’amara retrocessione della sua Sampdoria edizione ’76/’77 fu principalmente imputabile alla desolante inermità degli attaccanti a sua disposizione: che pena andare all’assalto di carri armati con munizioni a salve. Poi venne Paolo Mantovani. Un gigante. Che impiegò tre anni per riportare la squadra in serie A pagando di tasca propria azzeccati investimenti e innumeri costosissimi errori dovuti sia all’inesperienza tipica del neoesploratore nell’impervia foresta calcistica, sia alla sua forzata assenza dal teatro delle operazioni per enormi impedimenti di salute e di giustizia, per rimuovere i quali molto avrebbe dovuto penare.  E venne, da allora sì, con la competente collaborazione tecnica del fido Borea, la mirabile Sampdoria di Mancini e Vialli, Pellegrini e Vierchowod, Brady e Francis, Pari e Mannini, Souness e Salsano, Briegel e Fusi, Cerezo e Dossena,Lanna e Carboni, Katanec e Invernizzi, Pagliuca e Lombardo, Branca e Chiesa, Bonetti e Jugovic, Platt e Gullit, Mikhailichenko e Amoruso, Serena e Bellucci, che nel giro di due lustri conquistò dapprima una coppa Italia alla guida di Bersellini, quindi due coppe Italia, una coppa Coppe, uno Scudetto e una Supercoppa di Lega al comando dell’inarrivabile Vujadin Boskov, con il quale – in 6 anni – la Sampdoria arrivò a disputare ben tre finali in Europa e nove a livello tricolore. Tra gli enormi meriti sportivi ascrivibili al Grande Paolo, a mio giudizio meritano peraltro la sottolineatura un paio che ai superficiali possono apparire marginali: l’essere riuscito a raddoppiare la propria tifoseria attiva, rendendola al contempo straordinariamente allegra e tollerante, e l’aver centrato la titanica impresa di pacificare le due fazioni calcistiche cittadine visceralmente rivali. Del che si ebbe la più alta e tangibile testimonianza nel giorno del suo Commiato, cui rese genuino e commosso omaggio l’intera città. Sportivamente parlando, era quella per vero una Sampdoria “dopata” da Mantovani: il quale, portato il pubblico di casa a quota 35mila, per eliminare il gap con le Grandi Potenze Tradizionali faceva poi di tasca propria per altri 35mila. Difatti, quando comprese che il fisico stava per tradirlo definitivamente se ne uscì nella famosa dichiarazione programmatica (“Non ci sarà un altro Mantovani alla guida della Sampdoria, e non devo spiegare il perché”) e voltò pagina cedendo Vialli alla Juve e Pari al Napoli. Aveva deciso, e ho ragione di credere che inconsciamente volle perdere la finalissima dei Campioni a Wembley per non cedere alle scontate invocazioni della piazza e dei suoi amati discepoli: avrebbe gradualmente fatto partire tutti i campioni dagli ingaggi più alti, escluso Mancini, che per lui era la Sampdoria, per non spaventare l’affidabile acquirente che solo a quelle condizioni era certo di trovare. Lo fregò proprio Mancini, toccandolo filialmente nell’orgoglio quando stava per andarsene: non seppe resistere, il Grande Paolo, all’amorevole provocazione del capitano e gli regalò in extremis Gullit, Platt e Evani, che sarebbero valsi alla Sampdoria l’impennata del 3° posto e della quarta coppa Italia. Preso alla sprovvista e totalmente digiuno in materia ma estremamente sicuro di sé, col pieno consenso della Famiglia, disattendendo la paterna volontà, era salito in plancia Enrico Mantovani e s’era trovato a tu per tu con un calcio reso in fretta per un verso enormemente più ricco dalla nuovissima cascata di miliardi di provenienza televisiva, ma per altro verso ulteriormente inasprito dalla sentenza Bosman, dall’avvento delle S.p.A. con fine di lucro e dalla conseguente discesa in campo di mastodontiche Multinazionali assetate di gloria, prestigio, notorietà e – pleonastico dirlo – guadagni. Muovendosi a proprio agio con rampante spirito bostoniano nella convulsa realtà di un calcio che a me non piace più, perché fatalmente teso a favorire l’incessante rotazione degli Attori e la progressiva abolizione delle Bandiere e dei sentimenti sportivi tradizionali, Enrico Mantovani sta ora vivendo un’esperienza che gli procura altalenanti risultati sportivi ma evidentemente lo stimola, procurandogli colossali scariche di adrenalina ad ognuno dei tanti colpi plurimiliardari di mercato ai quali ci ha abituati, il che m’induce a sospendere ogni giudizio e a restare in curiosa attesa degli eventi. Come intitoleremo un giorno il quinto capitolo della storia blucerchiata? Ah, saperlo! Per intanto, l’augurio è che la Sampdoria riesca a vivere a lungo al meglio delle proprie possibilità.
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