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L'ANDREA DORIA...FEDELE NEMICA DEL GENOA
di Nino Gotta La matrice calcistica, all’inizio del secolo, deve non poco alla fiorente attività della Federazione Ginnastica Italiana: è – infatti – la F.G.I. nel 1900 a promuovere il calcio come attività collaterale ai concorsi ginnici che, all’epoca, andavano per la maggiore. Invito raccolto con entusiasmo a Milano, a Genova, a Livorno, ad Alessandria, a Ferrara, a Cuneo, Spezia ed a Savona, nel senso che vengono rapidamente costituite le cosiddette Sezioni Calcio e varata un’attività torneistica sia pure a livello primordiale.  La Sezione Calcio della S.G. Andrea Doria nasce, appunto, nel 1900 e l’11 agosto di quello stesso anno, con una partita disputata a Novi Ligure, apre ufficialmente la propria attività pedatoria: si ha ragione di ritenere che quella possa essere stata la vera gara d’esordio..! Un impulso deciso all’attività della sezione lo porterà il primo... transfuga dalle file rossoblu del Genoa, il catanese Francesco Calì (classe 1882) che taluni storici ritengono “svizzero” di nascita quando, invece, si tratta del classico figlio di emigranti, con l’italianissimo nome adattato per ragioni di residenza in “Franz”. Da Ginevra il diciottenne Calì si trasferisce al Genoa dei Pasteur e gioca centroavanti sino al 1901, anno in cui il Genoa perde la prerogativa di squadra scudettata per l’entrata in scena del Milan 1899, al suo primo scudetto calcistico. Subito dopo Calò lascia il Genoa e diventa anima e corpo dell’Andrea Doria, trasformandosi financo in difensore e disputando gagliarde ed irriducibili tenzoni contro i colori appena abbandonati. Con il campionato (si fa per dire) 1902 l’Andrea Doria entra stabilmente nelle competizioni calcistiche dell’epoca, che avevano, di norma, uno svolgimento estremamente contenuto, anche in termini temporali oltrechè logistici; sicché in quelli che erano i classici gironi eliminatori gli scontri con il Genoa erano praticamente il “clou” di quei minicampionati. Prevale pressocché sempre il più forte Genoa, ma nel 1907, nel corso delle eliminatorie regionali, finalmente l’Andrea Doria ha la meglio nell’eterno duello ed accede al girone finale, per inchinarsi – infine – al Milan.
’anno dopo Genoa, Milan e Torino non si iscrivono nemmeno al campionato, dal momento che l’italica Federazione aveva riservato la partecipazione al campionato ai soli giocatori italiani: ecco, dunque, 1’Andrea Doria – sola – a rappresentare Genova calcistica, dal momento che il suo “undici” era autenticamente fatto in casa. Onorevolissimo terzo posto e pareggio a Vercelli contro gli emergenti “leoni”, al loro primo titolo. Al rientro in campo dei grandi club Genoa ed Andrea Doria vanno addirittura allo spareggio nel girone eliminatorio ligure e torna a spuntarla un Genoa vendicativo la sua parte: e d’altro canto non ci vuol molto a capire che , pur nell’enfasi pionieristica, la rivalità cittadina ha già assunto livelli di autentica animosità, che rappresenta il sale della vicenda calcistica e non soltanto a Genova. Nel 1910 per la prima volta il campionato si gioca a girone unico, con nove formazioni in lizza e nella classifica finale l’Andrea Doria è settima, gomito a gomito con il Milan, ma alle spalle del solito Genoa. Rivincita rimandata di un anno appena, chè nel nuovo girone ligure-piemontese-lombardo 1’A.D. ottiene un prestigioso quarto posto, lasciandosi alle spalle – pensate un po’ – Genoa, Inter e Juventus. Quarto posto replicato anche nel 1913, mentre impazza la mitica Pro Vercelli. Siamo, ormai, alle soglie del primo conflitto mondiale ed è appena comparso il nome “Liguria” fra le squadre che disputano quei campionati, unitamente a quello del Savona e dell’Acqui! Solito Genoa pigliatutto ma il torneo non viene nemmeno completato, fermandosi alle semifinali, ove l’Andrea Doria si posiziona addirittura al secondo posto , alle spalle dei milanisti dell’Internazionale. Dopodiché il salto al 1920 è scontato per intuibili ragioni. Ancora un accesso doriano alle semifinali e ancora un’Inter sul podio. Nel 1921 l’Andrea Doria sopravanza il Genoa pluriscudettato e, nell’ordine, seguono altre liguri: Spezia, Sampierdarenese, Savona, Sestrese, Spes Genova e Rivarolese. L’anno dopo è quello noto storicamente per i campionati spezzati in due: uno indetto dalla FIGC e l’altro, quello dei cosiddetti dissidenti, dalla CCI: in quest’ultimo si allinea l’Andrea Doria, nell’altro la Sampierdarenese che si presenta alla finale, contro la Novese, vinta da quest’ultima dopo tre durissimi incontri. Nel 1923, ancora un anno del Genoa; le tre squadre genovesi sono sparpagliate in tre diversi gironi e le vicende non divergono di molto l’anno dopo, quello del nono ed ultimo scudetto rossoblu. Nono posto in accoppiata per doriani e sampierdarenesi, nel 1925, che vede uno scudetto ancora rossoblu, ma questa volta del Bologna. Nel campionato uccessivo l’Andrea Doria è separata – per diverso girone – dalle consorelle, vittime entrambe di uno strapotere juventino: sono le ultime battute di una storia che si avvicina ad una svolta drastica e, per certi versi, sconvolgente: il 1927 vede una conclusione anomala , con uno scudetto vinto dal Torino ma poi revocato dalla Federazione. La squadra doriana finisce alle spalle dei rossoneri di Milano, ma tutto perde significato da un punto di vista sportivo per l’atto di imperio che contraddistingue il momento storico della nascita della “Grande Genova”. L’avvenimento offrì il destro agli alti comandi della XXVI Legione della Milizia fascista di prendere possesso della Sezione Calcio della Società Ginnastica Sampierdarenese ed imporre all’Andrea Doria – presidente Enrico Corzetto – di fondere le due società e le due squadre in un’unica nuova espressione calcistica: nasce così la “Dominante” dal nome echeggiante l’enfasi dannunziana. I giocatori indossano una nuova divisa che non è fatta per esaltare; tutta nera con bordi verdi e stemma, naturalmente accostato al fascio littorio.
a vita tribolata di questa nuova entità calcistica, ben presto costretta ad abdicare di fronte ai deludenti risultati conseguiti, sottintende il tramonto dell’Andrea Doria dopo un quarto di secolo di onorata presenza calcistica nella massima serie. Per completezza, aggiungeremo che un drappello di irriducibili doriani, capeggiati da Paolo Franchetti, nei primissimi Anni Trenta, fonda l’Alessandro Volta, primo presidente Olivari, poi seguito da Podestà. Si parte dalla Prima Divisione (puro dilettantismo), ma poi si richiama il “caro nome” di Andrea Doria per presentarsi ai nastri di una serie C dignitosa. Dal campionato 1931-32 a quello 1935-36 l’Andrea Doria alza ancora il vessillo biancoblu; poi la falce economica taglia anche il fragile arbusto ed il sodalizio è costretto a sciogliersi. Basta così? Nemmeno per idea. Quando si va delineando la fine del secondo conflitto mondiale un altro manipolo di “ex” doriani riassembla le fila e gli ideali, proponendo al Consiglio Direttivo della Società Ginnastica, presieduto dal Cav. Fortunato Maggiolo, la ricostituzione della Sezione Calcio. Il precedente, effimero episodio di... riesumazione ha lasciato strascichi e perplessità; il momento drammatico fa il resto. Occorre un sapiente lavorio diplomatico per svellere pregiudizi, sciogliere perplessità, fare proselitismo. Renato Canale – stampo di dirigente antico – si prodiga e si distingue in questa paziente opera e il 5 ottobre 1944 finalmente la cosa va a buon fine: Canale va ad offrire la presidenza onoraria al “nume” doriano, Francesco Calì; ma intanto si rafforza anche il Direttivo della Sezione, con Aldo Parodi, Piero Sanguineti, Enrico Corti. Tutti personaggi che ritroveremo ai primi passi della novella Sampdoria. Con lungimiranza e fine diplomazia il gruppetto dirigente sa di giocare una carta importante sull’altare della rivendicazione legata alla fusione coatta; in attesa di tempi migliori questi uomini preparano la restaurazione dell’Andrea Doria e, come la storia ci insegna, nella stagione della faticosa ripresa (1945) c’è un posto in serie A – sia pure condizionato dalla emergenza del momento – per un’Andrea Doria non dimenticata. E sarà ancora un piazzamento onorevole prima di accostarsi con lucido realismo al tavolo di un’altra fusione, questa volta non coercitiva. Ma alla stagione specialissima del 1945-46 sarà opportuno un riferimento cronistico più preciso, perché è quello il momento in cui Genova riscatta un infelice passato calcistico con il primato di tre formazioni ai nastri di un campionato di massima serie professionistica: quei nomi che leggerete in maglia biancoblu e biancorossonera sono più o meno gli stessi che rileggerete in maglia blucerchiata, dalla stagione successiva.  Per concludere nel nome del grande condottiero, va aggiunto che vi è stato un ulteriore tentativo di far rivivere la vecchia Andrea Doria, condotto da Baldo Narducci e Aldo Dapelo a metà degli Anni Cinquanta: prima di sciogliersi secondo un malinconico rituale, quell’Andrea Doria “minore” ebbe la soddisfazione di cedere un proprio giocatore, il portiere Mencacci, alla Sampdoria. E qui la storia biancoblu finisce davvero.
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