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NEL SALOTTO ROSSOBLU
di Edilio Pesce
Desta sempre in noi non poca emozione essere incitati da fonti autorevoli e amiche, come in questo caso dalla direzione delMuseo dello Sport e per esso dall’amico Grozio, scrivere qualcosa del nostro Genoa, ripercorrere un immagnifico itinerario, denso di fascino, di gloria lontana ma non per questo dimenticata o peggio cancellata dalla memoria del cuore.  Grati per questo invito ci accingiamo a ripescare, ripetiamo nella “memoria del cuore”, ricordi incancellabili e sempre vivi per collocare il Genoa 1893 ed il suo ruolo sul pianeta del calcio genovese (che per il Genoa è pianeta italiano, europeo, mondiale...) come vuol proporre ai genovesi questa Mostra altamente qualificata per quanto essa propone di interessante, di “bello”, di storicamente qualificante attraverso lo sforzo intelligente, “talentoso” e appassionato dei suoi valorosi organizzatori ai quali va tutto il nostro fervido e sentito grazie! Nonché la riconoscenza a nome dei numerosi sportivi genovesi e, perché no (anche se non siamo autorizzati a farlo) della città di Genova perché dalla Mostra stessa è la nostra città a trarne motivo e momento di giusta risonanza. Ripercorrere il cammino del nostro Genoa, dicevamo, con l’animo gonfio di emozione come quando adolescenti prima, giovani e... adulti poi, ci rivediamo con la memoria sulla antica signorile tribuna del “Ferraris” (così intitolato all’ing. Luigi Ferraris, giocatore rossoblu caduto eroicamente nella prima grande guerra ’15-’18), il primo gennaio 1933, o qualche volta per assaporare il gioco in modo privato sulle scale della Nord e poi della Sud (edificata nel 1933) od ancora in tutto l’anello circolare degli anni cinquanta e sessanta. Così sempre a seguire una squadra o meglio un mito che questa Mostra appunto vuol riproporre al cuore più che alla visione dei molti “amateur” (per usare un termine caro a “quei” tempi), di una “Saga” in rossoblu che conserva tutto il suo fascino, il suo prestigio e la sua gloria.
l Genoa dei “Pionieri” italo-inglesi, il Genoa del dott. James R. Spensley “ö mego ingleise”, “goalkeeper” del primissimo Genoa Cricket and Athletic Club nonché capitano della squadra del primo titolo di campione d’Italia, conquistato cento anni fa in una sola giornata di qualificazioni e finale a Torino l’8 maggio del 1898. Eppoi una continua “leggenda” in rossoblu: dei Pasteur, dei Castruccio, De Vecchi, Sardi e Santamaria, del grandissimo e “mitico” De Prà, della mediana di ferro Berbieri - Burlando - Leale, di mister Garbutt, il primo “mister” (cioè trainer, vale a dire allenatore) in Italia, capostipite delle migliaia di allenatori che da quella “intuizione” genoana popolarono il calcio punteggiando in positivo o in negativo il rendimento delle varie squadre. E via via il Genoa dai molti giocatori azzurri, cioè rossoblu promossi nella squadra nazionale per il loro valore e il loro rendimento. Titoli su titoli, scudetti su scudetti (lo scudetto come “segno” tricolore sulla maglia venne istituito dalla Federcalcio nel 1924 ed il Genoa fece a tempo ad essere il primo “team” a fregiarsene proprio con l’ultimo dei nove titoli dopo il magnifico campionato ’23-24 succeduto a quello ’22-23 vinto senza subire sconfitte). Otto i campionati vinti con valore e autorevolezza e le Coppe, prima su tutte la famosa e prestigiosa “Coppa Dapples”, allora in auge quali competizioni che “quasi quasi” oscuravano lo stesso campionato per l’ardore che in esse i contendenti usavano profondere. E così la leggenda rossoblu, il romanzo sportivo tutto rossoblu andava avanti con la “Belle Epoque”, succeduta alla stagione dei “nove-scudetti-nove”, una lunga serie di campionati disputati ai più alti livelli, da quello ’24-25 concluso drammaticamente con le famose “5-finali-5” contro il Bologna, costellato da ingiustizie e scontri fra tifosi delle due squadre (nella quarta finale, a Torino, dopo il match alla stazione di Porta Nuova partirono colpi di revolver dal convoglio di petroniani contro quello dei genovesi pronti a partire su binari vicinissimi), eppoi la quinta finale disputata, nel periodo di ferragosto, su un campo periferico di Milano a porte chiuse per timore di incidenti, alle 7 del mattino di domenica 9 agosto 1925, alla presenza di qualche giornalista, fra cui i genovesi Renzo Bidone e Vezio Murialdi... Oppure la partita di Milano del 15 giugno 1930 contro l’Ambrosiana, antesignana dell’attuale Inter, nel piccolo e civettuolo stadio di Via Goldoni ove una parte di tribuna cedette poco prima dell’inizio della partita con parecchi feriti, ma l’arbitro patavino Carraro senza tante storie (così era il “galateo” del tempo...) dette inizio al gioco, con il Genoa sempre in vantaggio con gol di Levratto, due volte, e di Bodini, ma sempre raggiunto dal superlativo Meazza, il giovanissimo “Balilla” del calcio ambrosianista e nazionale.  Pensate che a pochi minuti dalla fine, dopo che il bravissimo Bacigalupo (con il suo “berrettaccio” alla Jean Gabin) aveva salvato due volte in maniera spericolata la rete genoana, l’arbitro Carraro decretò un “penalty” a favore dei Grifoni. Incerti sul dischetto a quale dei due toccasse di eseguire la massima punizione i “cannonieri” rossoblu Levratto o Banchero: la scelta cadde sul secondo, che forse anche intimorito dal pubblico assiepato ai bordi del campo dietro la rete dell’ambrosianista Degani a seguito del crollo della tribuna, mandò a lato la palla.Pareggio e non vittoria in trasferta contro la diretta avversaria che dopo due giornate si qualificò campione d’Italia. Ecco come sfuggì il fantomatico decimo scudetto, inseguito da un settantennio. Eppoi ancora tante altre pagine gloriose, come l’ingaggio del super asso italo-argentino Guglielmo Stabile (bomber al primo mundial svoltosi a Montevideo nel luglio del 1930), un eccezionale fuori classe che potremmo definire il Maradona degli anni Trenta, un centravanti di grandissimo talento capace, con scatto e precisione, di “goleade” incredibili, soprannominato “El Filtrador” proprio per la sua abilità di “filtrare” tra le difese avversarie.
Guglielmo Stabile giunse a Ponte dei Mille venerdì 14 novembre del 1930 sul “Conte Rosso” (il piroscafo che poi portò a Genova parecchi sudamericani tanto da essere intitolato in una “vignetta” di Carlin sul “Guerin Sportivo” il “Conte Rosso e... blu”) e, dato l’avvenimento, erano andati incontro a Stabile, in aereo a Barcellona per fare assieme l’ultima razione di traversata, il Presidente del Genova 1893 Guido Sanguineti ed il giornalista Renzo Bidone. Orbene Stabile arrivò (in viaggio di nozze tra l’altro...) venerdì 14 novembre e due giorni dopo, domenica 16 novembre del 1930, esordì al centro della linea attaccante rossoblu formata da Patri, Bodini, Banchero e Rosso (Levratto, il “bomber” per antonomasia rossoblu, era infortunato) contro il tradizionale rivale Bologna. Stabile realizzò “3-gol-3” siglando il successo genoano per 3-1, un “exploit” che lo fece subito entrare nella leggenda rossoblu. Ma un romanzo occorrerebbe scrivere, invece di un articolo, per ricordare altre glorie rossoblu: la vittoria di Coppa Italia nel 1937, i campionati ad altissimo livello disputati sino alla guerra, eppoi, i fuori classe come Juan Carlos Verdeal, Mario Boyé (quello della “toccata e fuga” in quanto, dopo esibizioni di grandissimo valore, s’involò per la “Querida Baires” dopo una dozzina di partite nel campionato ’49-50). Ancora tanti, tanti rossoblu, da Marchi a Sardelli, Bertoni, “i Fregosi” Trevisian, Neri e Conti, da Meroni a Becattini, da Cattani ad Abbadie, all’allenatore Giorgio Sarosi e tanti tanti altri, tutti valorosi e tutti “appassionatamente” legati al loro Genoa, ad un Genoa che ebbe tra il 1935 (voluta dal presidentissimo Juan Claudio Culiolo) ed il 1965 la sede più signorile di Europa, come club calcistico, nel centro di Genova, in quella Piazza De Ferrari che rappresentò sempre la “cittadella” della passione (non scriviamo “tifo” poiché vocabolo non di gradimento dei genoani “vecchio stile”) rossoblu. Poi la storia si trasformò in cronaca, pur sempre apprezzabile. Per concludere: “In alto i cuori Genovesi in rossoblu” perché malgrado tutto possiamo scaldarci alle memorie antiche e sperare bene fintanto che oltre alla “douceur” della vita nelle nostre mura domestiche potremo contare sulla Madonna della Guardia, “O Zena”, Boccadasse e magari le squisitezze dolciarie di Romanengo come usavano gustare, un tempo lontano, i supporters rossoblu dopo ogni vittoria, ed erano frequenti.
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