9 Settembre 2010 Genova
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LA "FAVOLA BELLA" DEL "LUIGI FERRARIS" 

di Michelangelo Dolcino


Chissà che avrebbero detto i Vivaldi, proprietari in loco di case nel secolo XVI, assistendo ad una esagitata partita di calcio: mercanti e finanzieri d’indole tranquilla, tanto da aver scelto per le loro dimore un sito così decentrato, e certo non amanti d’imprevisti, se avevano costruito nel 1557 un robusto argine sul Bisagno. Possiamo invece azzardare che al clima di un derby si addicesse maggiormente il temperamento di Guelfi e Ghibellini, che proprio nella località si scontrarono nel 1322, rovinando del tutto coltivazioni e orti. Sta di fatto che nella zona, nella via del Piano aperta nei primi anni del nostro secolo, la sorte volle sistemare il maggior stadio calcistico cittadino, inaugurato nel 1911, il 14maggio.  Il campo di Via di Francia
Il precedente terreno di gioco del Genoa, era a San Gottardo, ma anni di difficoltà di varia natura ne consigliavano il trasferimento. Soluzioni diverse vennero prese in considerazione, sinché il 1° luglio 1910 il socio Musso Piantelli propose di allestire il campo in un suo terreno di Marassi, accanto alla propria villa.Unica condizione, quella di continuare ad occuparsi del maneggio da gran tempo fiorente. Qualcuno fu dubbioso, ma l’impasse venne superato.Per questo, e sino a tempo vicini a noi, il verde tappeto rimase circondato dall’anello del galoppatoio. 
Già il 31ottobre dello stesso 1910 il presidente genoano Goetzloff assicurava che i lavori procedevano con ritmo soddisfacente.Pare che il senso del campo fosse all’inizio opposto a quello d’oggi, con il lato breve rivolto verso il Bisagno, ma all’inaugurazione l’orientamento era comunque quello cui siamo abituati: “Oggi alle 15precise avrà luogo un importante match di foot-ball tra la 1ª squadra del Genoa Club e la 1ª del Piemonte F.B.C.” Così lo annunciava, su una colonna, il “Caffaro” aggiungendo le formazioni, per un totale di diciotto righe; “Il Secolo XIX” si conteneva in sei righe, precisando che “la partita avverrà con qualunque tempo”. 
La cronaca dell’incontro – vinto dal Piemonte per 1 a 0 – venne il giorno seguente sbrigato in poco spazio, con qualche misurato elogio per il nuovo campo. Eppure l’avvenimento fu rilevante. Ben altro offriva Marassi rispetto a San Gottardo: si eliminava un vero e proprio viaggetto, ci si difendeva da pioggia e sole, nonché da tanto vento quanto toccava ai timonieri di traversate oceaniche.Nella nuova sede, che poteva contenere 25.000 spettatori, due tribune, lungo il Bisagno, erano infatti coperte, grazie ai soci genoani che, divisi in squadre, avevano eretto le costruzioni con fatica serale.Il campo, metri 105 per 63, consentiva anche incontri internazionali. E infatti il 22 dicembre 1912 gli azzurri vi debuttarono, purtroppo soccombendo per 3 a 1, contro l’Austria. 
Anche gli atleti conquistavano a Marassi talune comodità. Confortevoli spogliatoi rendevano lontani il tempo in cui erano costretti a indossare gli indumenti di gioco sotto gli abiti “civili”, da disporre poi in mucchietti dietro la porta.Pure l’arbitro ebbe una sua cameretta sul nuovo campo, a salvaguardia della privacy. Referee era allora chiamato, come pelouse veniva detto il campo, team la squadra, supporters i tifosi. Bottegai della Cheullia, pescatori della Foce e di Boccadasse, commessi e impiegati di mille “scagni” presero così confidenza con diverse parole straniere: penalty, corner, dribbling e altre ancora. 
Diversi problemi si prospettavano intanto ai dirigenti.In primo luogo quelli connessi alla rivalità con l’altra squadra cittadina, l’Andrea Doria, ora acuiti dalla stretta vicinanza. I “cugini” gestivano infatti un campo attiguo, la famosa “Cajenna”, stretto fra quello del Genoa, seppure orientato in senso opposto, e un’altra recente costruzione, il complesso delle carceri. Derby al calor bianco, dunque, anche per questioni non precisamente sportive. Ad esempio per il fatto che i rossoblu avevano innalzato uno steccato confinante, in qualche modo utilizzato sulla superficie opposta dai doriani, e chiedevano una partecipazione alla spesa di lire 1.000, nonché una sorta d’affitto annuale per altre 200 lirette. 
Evidentemente il Genoa era angustiato da problemi finanziari. Già nel 1909 notevoli difficoltà aveva incontrato nell’incassare le quote sociali, tanto che il presidente Goetzloff propose che la riscossione fosse affidata – dietro la corresponsione del 2% – all’agente della Protezione Animali. Una decisione incauta, che fornì ai rivali fin troppo facili commenti.Ma il dirigente, se scarseggiava di humor, mostrava però cospicua inventiva per incrementare le entrate: il 31 ottobre 1910 nascevano le “socie patronesse”, affermando che “le nostre riunioni calcistiche saranno maggiormente allietate dalla loro presenza”; nel dicembre 1912 la gestione della pubblicità sul campo veniva affidata alla ditta Cattaneo in cambio di 2.000 lire annue; nello stesso periodo il presidente decideva di elargire a proprie spese un trattamento musicale prima della partita e nell’intervallo. 
Campo del Gena a MarassiL’avanzata del calcio nei consensi popolari subì comunque un brusco arresto nel 1915, quando il campionato fu sospeso all’ultima giornata a causa del primo conflitto mondiale. I rossoblu erano in testa alla classifica, con due punti di vantaggio su Torino e Inter, e quattro sul Milan. A guerra finita, con provvedimento retroattivo, il titolo venne assegnato al Genoa, ma sta di fatto che per anni lo stadio rimase chiuso, almeno per le occasioni ufficiali.L’attività riprese nel maggio 1919.Poi, nel settembre, venne deciso di fissare una lapide nello stadio a ricordo dei soci e dei giocatori caduti nel conflitto. Fra questi ultimi, il forte terzino Casanova, Luigi Ferraris e James R. Spensley, il pioniere vincitore dei primi sei titoli. 
Il campionato aveva intanto ripreso a dipanare la sua affascinante storia. La stampa gli dedicava gradatamente più spazio e i responsabili dovettero pertanto disciplinare il settore. Dal 16novembre 1920 ogni giornale ricevette un solo ingresso gratuito e altrettanto inflessibile risultò la chiusura nei confronti dei numerosi “portoghesi” che dalle alture circostanti assistevano alle prove sportive. Tanto che nel marzo 1922 venne elogiato in Consiglio il socio Comotto per aver donato non meglio precisate antenne, da porre ai lati del campo, così da “oscurare la vista ai portoghesi dello Zerbino”.Il marchingegno non dovette però mostrarsi perfettissimo se un anno dopo il factotum Ghiorzi ebbe l’incarico di studiare la questione e completare la “schermatura”. Preoccupazioni più che legittime, considerate le tante spese: a volte eluse, quando nel ’23 si respinse la proposta d’installare un troppo costoso telefono, e a volte affrontate, il caso della doccia ad acqua calda richiesta dall’allenatore Garbutt per gli spogliatoi. 
Sul manto verde si susseguiranno intanto incontri egregi, spesso esaltanti, con la conseguente richiesta di una struttura più adeguata ai nuovi tempi.Il 7 giugno 1927 il Consiglio genoano esaminava i primi progetti.La capienza sarebbe salita a 30.000 unità, di cui 5.000 in tribuna e 25.000 in due amplissime gradinate, alte 13metri. Quella a Nord sarebbe sorta sul terreno della “Cajenna” giacché la coatta fusione tra Sampierdarenese e Andrea Doria rendeva inutile a quest’ultima il campo e il Genoa subentrò così nella locazione.Una spesa di 20.000 lire, comprensiva però dell’acquisto di Manlio Bacigalupo, il valido portiere. 
Soltanto nel 1932, comunque, vennero completate la tribuna coperta in cemento e la gradinata Nord; la Sud si innalzò qualche tempo più tardi. L’inaugurazione ufficiale fu tenuta il 1° gennaio1933: inaugurazione del campo Luigi Ferraris 1933, celebrandosi il quarantesimo di fondazione del Genoa. All’applauditissima sfilata di tutte le forze rossoblu, aperta da Giovanni De Prà, l’ultimo dei “Moschettieri”, seguì una partita col blasonato Young Boys di Berna, vinta per 3 a 1 con l’immaginabile soddisfazione di oltre 20.000 spettatori ammessi gratuitamente.Nell’occasione si ebbe pure il battesimo dello stadio con lo scoprimento della scritta sopra l’ingresso principale: “Genoa 1893. Circolo del calcio. Campo Luigi Ferraris”, in memoria del centromediano rossoblu degli anni 1909-12, medaglia d’argento al valor militare, caduto a Monte Maggio. 
Il Genoa, tuttavia, era in decadenza, e al termine della stagione 1933-’34  retrocedeva per la prima volta fra i cadetti. A parziale indennizzo dei tifosi si ebbe comunque al “Ferraris” uno spettacolo d’eccezione: l’incontro valevole per il 2° Campionato del Mondo -  27 maggio 1934 - fra Spagna e Brasile. Nella  giornata marcatamente primaverile, gli spettatori portarono ad un incasso più che considerevole, corrispondente a lire 171.240. Ottima prova diedero gli organizzatori locali e nulla fu lasciato al caso da Sanguineti, presidente del Sottocomitato, e dai suoi collaboratori.Impeccabile risultò il servizio d’ordine, perfetti gli impianti telefonici, sistemati sotto la tribuna d’onore, con cui i giornalisti poterono comunicare direttamente con le varie capitali europee e telegrafare ogni 5 minuti a Rio, Santos, Montevideo e Buenos Aires, mentre posti di trasmissione consentirono la cronaca diretta dell’incontro per gli ascoltatori di Radio Genova e Radio Bilbao. 
Una pagina di tutto rilievo, dunque, nell’ormai lunga storia del “Luigi Ferraris” che, tornato ai fasti degli incontri di serie A con la pronta Atletica sul campo Ferrarisromozione del Genoa, il suo successo nella Coppa Italia (1937) e il passaggio alle semifinali della Coppa Europea (1938), vide mobilitati in gran numero i soliti “portoghesi”; per cui già nel settembre 1936 la società provvedeva all’acquisto di nove macchine “contapersone”, per la ragguardevole somma di lire 675, e alla istituzione di un’attenta  “Commissione Sorveglianza Campo”. 
Il “Ferraris”, in quegli anni, offrì anche altri spettacoli.Nel 1937, con inizio il 6 luglio, lo stadio ospitò infatti una stagione lirica.Lohengrin, Tosca, Rigoletto e Boheme attrassero la folla delle grandi occasioni: nelle 13 rappresentazioni, complessivamente 150.000 spettacoli. Un anticipo di quelle riviste “su ghiaccio” o “su acqua”, in estemporanee quanto suggestive piscine, che giungeranno nel dopoguerra. Quando si riaprono le porte del Ferraris nella tarda estate del ’45 il Genova è tornato ad essere il Genoa prefascista e la novità più rilevante è rappresentata dall’obbligato “condominio” dello stadio, giacché Andrea Doria e Sampierdarenese sono tornate alla loro individualità. 
Un tris di squadre cittadine in serie A: un’abbondanza eccessiva, considerando anche che una delle tre sarebbe stata costretta a giocare il sabato, con sensibile pregiudizio degli incassi.Ma la situazione mutò dopo un solo torneo affrontato in tali condizioni: con una nuova fusione nasceva la Sampdoria. Per l’incontro Genoa-Juventus del 27 settembre ’47 la ditta Innocenti ebbe l’incarico di erigere una provvisoria gradinata in tubi metallici lungo il lato opposto alle tribune – i cosiddetti “distinti” – per aumentare la capienza dello stadio. E lo stesso lato, nel febbraio successivo, vide la costruzione di una gradinata a due piani. Con ciò il “Ferraris” prendeva l’aspetto conservato sino all’ultima ristrutturazione, quella per i Mondiali ’90, avendo una capacità di 55.000-60.000 spettatori. 
L’ultimo primato il “Ferraris” se lo conquistò con la trasmissione televisiva della prima partita a colori, Genoa-Torino (6 febbraio 1977).Il 2 luglio 1987 si ebbe il prologo del nuovo “Ferraris” con una cerimonia simbolica: la consegna delle chiavi dello stadio al pool di imprese interessate alla realizzazione. Ma prima dell’intervento delle ruspe un’altra cerimonia s’era svolta.Al margine del terreno di gioco verso la gradinata Nord, dietro la porta, fu fatto un piccolo scavo e se ne trasse qualcosa: la grande medaglia d’oro che Giovanni De Prà aveva voluto donare ai tifosi e che era stata interrata nel ’79, a pochi mesi dalla sua scomparsa. Era il suo più caro riconoscimento, fra i tantissimi ricevuti, ottenuto con una sottoscrizione nazionale promossa dal “Guerin Sportivo” nel 1924, quando a difesa della rete azzurra contro la Spagna, a Milano, De Prà si comportò con raro coraggio finendo poi per diverso tempo in ospedale. 
Ora quella medaglia è tornata dove De Prà l’aveva voluta, perché – come ebbe a scrivere Bruno Roghi –  “Se vai a Marassi, e aspetti, tutta la storia del calcio italiano ti passa davanti, in eventi e figure”. 
 

 

Il Ferraris negli anni '40

Il campo "Ferraris" negli anni '40

 
 

 
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