|
GENOVA (VIZIO) CAPITALE DEL CALCIO di Aldo Padovano e Elio Rosati Una doverosa premessa Alle soglie di un futuro difficilmente ipotizzabile o, per meglio dire, comprensibile, ci piace confrontarci con le maggiori certezze del passato. Queste ci dicono ad esempio che i giochi collettivi, gli sport di massa hanno avuto sviluppo nell’alveo fecondo della società industriale dell’Ottocento. Che da fenomeno elitario tali ludi si sono propagati come un fuoco ad ambiti e habitat più popolari: dai lavoratori delle imprese e delle manifatture ai frequentatori delle parrocchie, dagli abitanti dei quartieri della middle-class agli avventori dei pub inglesi e delle osterie nostrane. Con gli occhi di oggi un tale successo appare stravagante, seducente, quasi magico: essere riusciti a sposare coesione sociale e orgoglio collettivo tramite una sfera di cuoio che rotola o un pallone ovale dagli improbabili rimbalzi non stava scritto neppure nel più recondito dei libri sibillini. Questa grande forza è penetrata in ogni strato sociale, nella memoria di tutti, nella coscienza storica di cui ogni individuo si fa carico. Una forza che è addirittura cresciuta, ingigantita dai mezzi di comunicazione di massa, dalle attese e dalle passioni, dall’investimento personale che ognuno dedica al suo sport preferito. Per averne una riprova basta ricordarsi come ad esempio a Genova - città in perenne crisi d’identità - tra i fatti salienti degli ultimi decenni vanno sicuramente annoverati - con il loro lascito di pathos e di rappresentanza- la partecipazione del Genoa alla coppa UEFA nell’annata 1991-92 e i funerali nell’ottobre del ’93 del presidente della Sampdoria Paolo Mantovani. Quanti di noi hanno ancora a casa la cartolina ricordo con il settore distinti di Marassi trasformato in un gigantesco messaggio di orgoglio (We are Genoa) per intimorire e rammentare ai bellicosi paladini del Liverpool la primogenitura calcistica in Italia? Quanti hanno seguito piangenti e afflitti il feretro di Mantovani in una sorta di santificazione postuma? La leggenda riportata dai giornali parla di una cifra “da stadio” variante dai ventimila ai quarantamila come se si trattasse di una rappresentazione, l’estrema rappresentazione di un rito, quello stesso rito che si ripete domenica dopo domenica in tutti gli stadi del mondo. Non si vuol dire che questi fatti siano stati più significativi di altri, bensì che essi hanno rappresentato meglio e più di altri eventi l’immagine della città in questi ultimi anni. Seppure per un breve momento in quegli anni Genova - come sottolineò Gianni Brera - ritornò a essere capitale del calcio italiano come lo era stata per oltre trent’anni tra la fine del secolo scorso e gli anni Venti del Novecento.
Storie lunghe un secolo Il football giunse a Genova seguendo più di una strada: quella aristocratica del tempo libero e quella pragmatica del lavoro. La Liguria di Ponente aveva cominciato a rappresentare per le colonie aristocratiche inglesi e russe il luogo privilegiato della vacanza: Bordighera, San Remo, Col di Rodi sin dagli anni cinquanta del secolo scorso sono le tappe di un Grand Tour che diventa sempre più stanziale. Architetti famosi - ne citiamo uno per tutti, il francese Jules Grec - costruiscono lì le nuove residenze per l’élite mentre botanici e scienziati anglosassoni - a cominciare da Clarence Bicknell che dedicò allo studio scientifico della flora locale quasi quarant’anni, a Winter e a Hanbury- realizzano sulle colline a strapiombo sul mare, serre, giardini e orti sfruttando la mitezza di un clima che permette di coniugare in via sperimentale differenti e svariati habitat naturali. Accanto a questa nobiltà straniera vengono attratti poeti e romanzieri, giornalisti e militari in congedo (i bordigotti Biamonti e Noaro, entrambi generali del Regno): dal bizzarro scrittore di fiabe George McDonald al celebre autore di limericks Edward Lear, e via via fino ai vari D’Annunzio, Tosti, De Amicis, fino al celeberrimo Nobel che proprio a San Remo finirà i suoi giorni di studioso e scienziato. La stessa famiglia reale - è noto che la regina Margherita di Savoia eleggerà Villa Etelinda di Bordighera a suo domicilio sino alla morte - con il suo seguito di contessine, baronetti, primi ufficiali e maggiordomi non disdegna quello che ormai tutti chiamano il paradiso degli Inglesi Il la a questo milieu aristocratico era stato dato dal fortunato romanzo sentimentale “Il dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, best seller indispensabile per qualunque straniero avesse voluto conoscere la “Porta del Mediterraneo”. Tra i modi in cui si riflette questa società c’è ovviamente la pratica sportiva, elemento costitutivo dell’esprit del gentleman e dei suoi emuli italiani, specchio della sicurezza e padronanza di sé, momento di aggregazione alta, di condotta virile, di bon ton. Di conseguenza è proprio a Bordighera che viene fondato il primo circolo tennistico italiano (Bordighera Lawn Tennis, 1878) ed è per Bordighera che passano alcuni di quei personaggi come il marchese Ferrero di Ventimiglia e il conte Ernesto De Galleani, futuri propugnatori dei primi sodalizi calcistici italiani. Questa è indubbiamente la prima strada, un fatto in cui il costume e la moda hanno un peso preponderante. Di contro lo sviluppo economico e quello dei traffici marittimi portano a Genova l’industriosa borghesia britannica che grazie all’apertura del Canale di Suez e all’industrializzazione del porto può contare su un efficente scalo carbonifero e manifatturiero. E’ questa la seconda strada, l’ambito in cui l’”oggetto” foot-ball assume consistenza, polpa e carne. Una comunità che vuole consolidare la propria appartenza, forse anche il proprio censo, costruisce, grazie ai remunerativi introiti, i luoghi tra pubblico e privato che meglio possono rappresentarla. Ecco così sorgere la casa del marinaio - The Sailor’s Rest - , numerose e fornitissime Apothekes, chiese per il rito anglosassone, e quelle associations per il tempo libero che sono le prime strutture autorganizzate dove praticare sport e frequentare i compatrioti. Giovedì 7 settembre del 1893 in via Palestro numero 10 all’interno 4 nella nuova sede del Consolato britannico nasce il Genoa Cricket and Athletic Club. Pochi dei genovesi sono informati. E’ un dato essenziale: l’associazione è un luogo esclusivo per il cricket gioco completamente sconosciuto in Italia e per la “nobile” e faticosa atletica. Il luogo delle esercitazioni è situato nel comune di Sampierdarena - soprannominata già allora la Manchester italiana per le sue numerose fabbriche - in prossimità della “factory” degli scozzesi Wilson e MacLaren operanti nella meccanica di precisione. Unica trasgressione a questo rituale vittoriano il gioco della palla che vanta già numerosissimi club oltremanica e che probabilmente ha già entusiasmato il commerciante torinese Bosio durante un suo viaggio in Inghilterra come rappresentante di una industria manifatturiera. Bizzarramente mentre a Genova il foot-ball cerca di far capolino tra le pieghe seriose delle relazioni ufficiali, a Torino i gentiluomini sabaudi si invaghiscono di questa strampalata pratica pedatoria. A rendere più chiara l’ibrida matassa giunge a Genova il dottor James Richardson Spensley, giramondo, cultore di scienze e di esoterismo, archeologo, corrispondente per l’Italia del Daily Mail, e futuro papà di tutti gli scout italiani. Sarà lui, in collaborazione con l’italo svizzero Edoardo Pasteur, a convincere i connazionali del Club ad ufficializzare la sezione calcistica dell’associazione: nel 1899 la ragione sociale muterà nella leggendaria denominazione di Genoa Cricket and Football Club. Il calcio cioè rientra legittimamente nell’alveo delle discipline atletiche.
Spensley si fa paladino dello sport praticato al college: organizza la squadra di cui diverrà il portiere e l’allenatore, contatta e sfida gli equipaggi dei numerosi bastimenti britannici che quotidianamente attraccano tra il molo Giano e la Lanterna. Il calcio, come recita il vocabolario è “an open-air game”, ci vuole quindi un proprio terreno di gioco per gli allenamenti e le partite ufficiali degli undici footballer genoani. Ci pensa Geo Davidson, imprenditore scozzese trapiantato da diversi anni sulle sponde del Bisagno. Convince i dirigenti della Società ginnastica Colombo (di cui fa parte) ad affittare al giovane sodalizio anglo-genovese il prato all’interno del vecchio velodromo ormai quasi in disuso di Ponte Carrega. E’ fatta, dal momento che anche a Torino sono sorti club analoghi a quello genovese. Tra il novembre del 1897 e il maggio del 1898 le due città ospitano una serie di incontri preliminari tra l’International FBC di Torino, il Football Club Torinese, la Società Ginnastica di Torino e il Genoa. Concluderà la stagione, sancita dalla neonata Federazione Italiana del Football, l’ormai mitico quadrangolare dell’8 maggio vinto dal Genoa al termine di una estenuante disfida con i tre sodalizi torinesi. Destino volle che lo stesso giorno e nelle stesse ore a Milano si consumasse la feroce repressione di Bava Beccaris. Ma al di là dell’aneddottica qualcos’altro era già successo a Genova nell’aprile del 1897 come ricorda l’annuncio apparso nell’agosto dello stesso anno su “Il Secolo XIX”: “Foot-ball. Alcuni mesi fa diversi giovanotti della nostra città, onde dare maggiore incremento a questo interessante giuoco, fondarono una nuova società che prese il nome di Foot Ball Liguria, la quale conta ora numerosi soci. Procedono attivamente le esercitazioni dirette da provetti giuocatori e si spera tra poco di assistere a importanti gare. Alla novella società i nostri migliori auguri di prosperità.” È questa la prima testimonianza della più antica progenitrice della Sampdoria, il Foot-Ball Club Liguria di Sampierdarena. In occasione del primo anno di vita della società nell’aprile del 1898 fu promossa una grande festa popolare con balli, canti e poesie. E nello stesso mese, per la precisione il 19, sempre nell’industrioso comune polceverasco, l’ennesimo sodalizio sportivo (la gloriosa Ginnastica Sampierdarenese fondata nel 1891) apriva una sezione dedicata al gioco del calcio. La prima “uscita” che si ricordi della nuova squadra (in maglia biancoblu) avvenne ad Alessandria in occasione dei giochi indetti per il 18° anniversario della presa di Roma. La Sampierdarenese si aggiudicò il terzo premio consistente in una medaglia d’argento. Dove praticavano il nuovo sport le compagini sampierdarenesi? Come nelle altre città veniva utilizzata l’antica Piazza d’Armi che si trovava lungo il torrente Polcevera, alla periferia ovest. Il campo di gioco era situato all’interno dell’ippodromo, quasi abbandonato, allestito in occasione delle feste per le celebrazioni del IV Centenario della Scoperta dell’America (1892), l’area che a suo tempo era servita anche al Genoa Club prima che questo si trasferisse al Velodromo di Ponte Carrega, sulle sponde del Bisagno, nella periferia nord-est di Genova.
Lo scenario sociale e storico che abbiamo di fronte è quello di una società che si sta affermando con una propria sede, un proprio campo e un’organizzazione strutturata sul modello britannico, mentre contemporaneamente nuovi e motivatissimi sodalizi stanno imparando ad autorganizzarsi: Genova, insomma, sta costruendo la propria fisionomia di capitale del nuovo sport. Una fisionomia che si consolida con le reiterate vittorie del Genoa nei due campionati successivi (1899 e 1900) e con l’apertura voluta da Spensley già dal 1897 agli atleti locali. Mentre il Genoa miete allori in campo nazionale e da lì a poco incanterà anche le platee d’oltralpe (Nizza-Genoa del 1903 sarà la prima partita all’estero di una squadra italiana), la società ginnastica Andrea Doria - derivata dalla più antica Cristoforo Colombo - non si sottrae al fascino della sfera di cuoio. Proprio allo scoccare del secolo inaugura la sua sezione calcio, l’ennesimo segnale dell’ampliarsi del bacino d’utenza di una pratica sportiva più in sintonia con lo spirito agonistico dei tempi. Dopo solo un paio di anni di “purgatorio”, infatti, anche l’Andrea Doria fa il suo debutto nel campionato nazionale, una permanenza che durerà fino agli anni Venti.. La storia dei primi passi della biancoblu Andrea Doria è curiosa e significativa del clima in cui si sviluppa il fenomeno calcistico: sono tempi in cui chi vuole giocare fonda nuove squadre o cambia casacca da una stagione all’altra all’insegna di un dilettantismo agonistico che ha più il sapore di una epica disfida che di interessi concorrenziali in campo. Non è un caso che sia Venturini che Lancerotto - fuoriusciti del FBC Liguria - rinforzeranno la nuova società a cui daranno un contributo determinante anche alcuni soci del Genoa. Il primo nome da menzionare è quello di Francesco Calì: siciliano di nascita ma con stretti legami culturali con la Svizzera, ove la buona borghesia italiana mandava al “college” i propri rampolli, non ultimo il piemontese Vittorio Pozzo, futuro direttore tecnico della Nazionale. Un’influenza quella svizzera che, seppur trascurata dagli storici, risulterà determinante per la nascita dei club italiani: oltre i casi citati anche Pasteur per il Genoa- come abbiamo visto - e poi Dick (che uscito dalla Juventus fonderà il Torino) e Bollinger (FBC Torinese prima e granata poi) sono la conseguenza della crescita e dell’espansione del movimento calcistico europeo. Dell’Andrea Doria il siculo-svizzero “Franz” Calì fu il simbolo e l’anima, il giocatore e l’allenatore nonché capitano, divenendo addirittura il leader della Nazionale Italiana nella prima partita ufficiale della sua storia, l’amichevole vinta contro la Francia a Milano il 15 maggio del 1910. Oltre a Calì altri campioni crescono sportivamente nella giovane compagine doriana: da Fresia - il primo giocatore italiano ad essere “acquistato” da un club inglese - alle colonne del Genoa degli anni Venti, i “pivelli” Sardi, Santamaria e Burlando. Nel suo pur breve curriculum la società conquistò diversi premi e trofei: prima tra tutti la combattutissima sfida “Challenge Dapples”, che i doriani vinsero per due anni prima che i rossoblu genoani se la aggiudicassero definitivamente. Scenario degli incontri casalinghi della compagine furono inizialmente lo sferisterio del Bisagno - oggi giardini di piazza Verdi di fronte alla Stazione Brignole - e poi dal 1909 la “Cajenna”, il famigerato terreno di gioco così chiamato a causa delle mura di cinta del carcere di Marassi paurosamente incombenti sul pubblico e sui giocatori. Alla fine degli anni Venti, sulla stessa area, come segno di continuità, verrà edificata la gradinata Nord del Luigi Ferraris. La stessa Sampierdarenese, che langue nelle serie minori, sarà rilanciata proprio grazie a quella tenacia volontaristica che caratterizza il dilettantismo sportivo di quegli anni: Luigi Cornetto, figlio di uno dei fondatori della Società Ginnastica, insieme ai soci Angelo Lenuzza, ai fratelli Scatti e Berlingeri, riesce a ritagliare per la sezione calcio l’autonomia dalla Società fondatrice. La risorta compagine si presenterà al campionato di seconda categoria con i colori sociali mutati: quelle leggendarie bande orizzontali bianco e nere che costituiranno il primo lascito della Sampierdarenese alla maglia della futura Sampdoria.
Durante la Bella Epoque il football acquista sempre più consapevolezza di sé: si moltiplicano appassionati e sostenitori, così come pure i luoghi idonei a contenere l’evento sportivo. Il Genoa si trova nella necessità di reperire una “pelouse” adeguata al rango dei suoi sei campionati vinti, dal momento che l’ormai insufficiente spazio di Ponte Carrega è destinato a ospitare l’enorme gasometro di servizio all’intera città. I piani urbanistici cambiano il volto alle metropoli: nel clima effervescente di quegli anni anche il calcio è emblema di modernità - o meglio di modernismo- di piena vitalità e di sviluppo economico-sociale, come la erigenda Borsa di piazza De Ferrari inaugurata nel 1912. Dapprima San Gottardo sulla sponda destra del Bisagno per circa un triennio (1908-1910) diverrà il teatro degli incontri casalinghi del “vecchio Cricket”. Poi la Società, trovato un accordo con il marchese Musso Piantelli, stabilisce la sede sportiva definitiva all’interno del parco della cinquecentesca villa Centurione Bracelli sempre lungo le sponde del torrente ma più vicino alla città. Anche queste tappe di avvicinamento fisico sono i prodromi del passaggio epocale che avverrà intorno al 1912-13 quando il calcio muterà pelle proprio a Genova con l’arrivo del primo allenatore professionista - l’ex giocatore e trainer dell’Arsenal - William Garbutt e di uno stuolo di liberi mercenari britannici della pedata: Grant, Walsingham, MacPherson, Eastwood e altri. Allettato dalle offerte economiche dei dirigenti rossoblu, lo stesso De Vecchi - pilastro della Nazionale - abbandona il Milan per passare tra le fila genoane. Una tale lampante e conclamata contravvenzione alle regole sportive è mal digerita dalla Federazione Nazionale, che impone sanzioni pecuniarie e chiede veri e propri processi contro la dirigenza rossoblù, come quello per i neo acquisti Santamaria e Sardi dal Doria o di Berardo e Mattea dal Casale. Il Genoa rischierà la radiazione dai ranghi federali ma quando anche le altre società calcistiche italiane seguiranno il suo esempio, la Federazione non potrà opporsi alla rivoluzione preannunciata. Come con la guerra finisce l’allegro mondo della Bella Epoque così il professionismo si lascia alle spalle l’epoca dei pionieri, del dilettantismo puro delle origini, del football ginnico e delle aggregazioni volontaristiche. Nel 1914 l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo e il conseguente scoppio della prima guerra mondiale bloccheranno le attività calcistiche fino al 1919 lasciando sul terreno tra le centinaia di migliaia di morti anche Spensley e il genovese Luigi Ferraris.  Solo nel 1919 si riapriranno - dopo circa quattro anni di totale inattività - i campionati: al Genoa verrà aggiudicato quello che può essere definito il rocambolesco scudetto di guerra - l’entrata dell’Italia nel conflitto mondiale nel maggio del 1915 aveva interrotto ad una giornata dal termine la rincorsa dei rossoblù al loro settimo sigillo. Mentre la Sampierdarenese, assorbita la Pro Liguria - nuova denominazione dell’antica FBC Liguria - si guadagnava finalmente il diritto a partecipare al campionato maggiore. Il luogo delle contese della Società, che ha aggiunto alla banda nera trasversale una striscia rossa, sarà ricavato nel parco della cinquecentesca villa della famiglia Scassi, denominata per la sua magnificenza “la Bellezza”. Cogli anni Venti raggiunge il suo apice il predominio di Genova nel calcio, lo strapotere delle sue formazioni e dei suoi giocatori. La Sampierdarenese, schieratasi con la fronda minoritaria dopo lo scisma del 1921 che aveva spaccato in due tronconi il campionato nazionale, riusciva a giocarsi il titolo contro la Novese della “stella” Santamaria. Lo spareggio di Cremona del 29 maggio del ’22 purtroppo penalizzava la società genovese costretta a soccombere per due a uno. Per contro il Genoa diventava lo squadrone imbattibile, da tutti ammirato, proprio a cominciare dalla stagione ’22-’23: l’ottavo scudetto segna, infatti, un record eguagliato solo dal Milan di Capello - 33 partite senza subire sconfitta - con una folgorante ripresa nell’anno successivo che vedeva la formazione di Garbutt e del presidente Sanguineti aggiudicarsi nuovamente il massimo trofeo. Furono gli anni della trionfale tournée sudamericana ma anche dell’amichevole a Marassi con il Naçional di Montevideo (7 aprile del 1925), quando per la prima volta in Italia (e non poteva cominciare che da Genova) si poterono gustare le delizie calcistiche della scuola latina: colpi di tacco, rovesciate “en bycicleta”, tutte squisitezze che si vedranno da noi solo negli anni Trenta, come la maligna prodezza del centravanti uruguagio Petrone, che da centrocampo beffava il povero De Pra’ incautamente allontanatosi dai pali. A seguire, quello stesso anno, doveva concretizzarsi una delle prime ingerenze della politica, e in questo caso del regime, sul mondo ancora “pulito” del calcio. Parliamo della ripetuta epica disfida tra Genoa e Bologna. Un match rigiocato per ben cinque volte più per motivi extra sportivi che per un reale equilibrio tra le formazioni. I giornali dell’epoca e qualcuno che c’era, ormai sempre di meno, ricordano anche i colpi di pistola alla stazione di Torino, sede di uno degli incontri, che alcune ’teste calde’ bolognesi indirizzarono verso il treno dei supporter rossoblù. Ma a parte la sgradevole ingerenza del regime o di qualche suo rappresentante nella Federazione, il fascismo non si dimostrò avaro di lodi con il football genovese. Al di là del plauso mussoliniano - “Insegnate a questi Romani come si gioca al calcio!” - che è poi il riconoscimento della nazione stessa - il progetto urbanistico della “Grande Genova”, elaborato dal fascismo dopo la metà degli anni Venti, potenziò concretamente gli spazi a disposizione dell’utenza pubblica e sportiva. Tra il 1927 e il 1930 furono infatti costruiti, lungo il perimetro cittadino, il campo sportivo della società Nafta (nel quartiere di San Martino), il campo sportivo municipale di via Guerrazzi (nella valletta di Albaro) e lo stadio Littorio a Cornigliano.
E non solo. Negli intendimenti romani la “Grande Genova” poteva e doveva avere anche una squadra altrettanto competitiva dei blasonati rossoblù - invisi forse per il pedigrèe britannico (“la perfida Albione” di autarchica memoria): si decise a tavolino la fusione della Sampierdarenese con la sezione calcio dell’Andrea Doria in una nuova società, la Dominante, una fenice - durò appena due anni - che aveva il suo naturale palcoscenico nello stadio di Cornigliano. Il progetto, insomma, si inseriva nel quadro strategico tendente a favorire nella popolazione la vis agonistica promossa dal fascismo: ma, come abbiamo detto, Genova ne trasse comunque giovamento. E così anche la sua squadra più titolata - e probabilmente anche di più grande prestigio all’interno della Federazione - doveva disputare l’ennesimo straordinario campionato durante la stagione 1929-30; l’ultimo grande Genoa che si incarnava totalmente agli occhi di tutti gli adolescenti di allora nell’idolo Levratto, la figurina più preziosa da trovare, dello “spaccareti” più rappresentativo nel ruolo di ala sinistra che l’Italia avesse mai avuto. Una icona che verrà rinverdita nel novembre del 1930 dall’arrivo di Guillermo Stabile, il “filtrador”, capocannoniere dei Mondiali di quell’anno, eroe delle domeniche genovesi e “gaucho” dal senso tattico straordinario; ben presto, però, costretto dagli infortuni ad apparizioni sempre più sporadiche con la maglia rossoblu. Gli anni a venire della nostra storia, prima che la seconda guerra mondiale spazzi via ogni barlume di civiltà, compresa quella sportiva, sono marcati da un inarrestabile, seppur lento declino. L’Italia ha trovato altre capitali, economiche oltre che calcistiche: Torino, Milano, Roma. A Genova resta comunque un altro grande merito nell’evoluzione del calcio professionistico, l’ennesima testimonianzia, se ce ne fosse bisogno, della sua centralità nella storia di questo sport. Ed è ancora una volta il vecchio Grifone a tracciare la strada, accogliendo nuovamente le indicazioni dei “padri putativi” britannici, con l’adozione del sistema, il famoso WM, al posto del vecchio Metodo con cui si era sempre giocato in Italia. Ed era ancora il vecchio Garbutt - il trainer degli ultimi scudetti - a pilotare un rinnovamento che si sarebbe diffuso in tutte le formazioni della massima serie. Il sistema in sostanza prevedeva una marcatura più scientifica delle punte avversarie e al contempo costringeva il centrocampo a maggior filtro della difesa: il calcio perdeva il suo azzardo ingenuo a vantaggio di una pratica combattiva e più rapida conseguenza di una velocità e di uno sforzo atletico sempre più programmati e dinamici. Fu come l’uovo di Colombo: la terra - cioè il campo - non erano più quadrati, ma uno spazio in cui ognuno riusciva a orientarsi, a seguire il suo punto di riferimento e a ritornare ad esso. Forse anche per questo, nel novembre del ’39, il direttore tecnico della Nazionale, Vittorio Pozzo, nel diramare le convocazioni per l’incontro Germania -Italia scelse sette giocatori dell’unica formazione italiana che adottava il nuovo modulo, il Genoa di Barbieri. Forse i pionieri, quelli sopravissuti, avranno gioito ancora una volta soddisfatti per l’ennesimo contributo offerto allo sport tanto amato da coloro che che l’avevano introdotto all’ombra della Lanterna.
|